ISTRUZIONI PER L'USO

IL TALLONE D'ACHILLE è pensato per scrivere libri, direttamente su questo blog. Qui comincia l'Eredità di Michele, l'ultimo scritto. Il precedente è stato interrotto, si vede che doveva maturare. Qui trovate IL primo LIBRO, col suo indice ed i post che lo compongono.
I "libri" raccolgono commenti, critiche e suggerimenti di chiunque voglia partecipare con spirito costruttivo. Continuano un percorso iniziato con le Note scritte su Facebook , i cui contenuti sono ora maturati ed elaborati in una visione d'insieme, arricchiti da molti anni di esperienze diverse e confronti con persone diverse.

I Post seguono quindi un percorso logico che è bene conoscere, se si vuole ripercorrere il "discorso" complessivo. Naturalmente è possibile leggere singoli argomenti ai quali si è interessati. Argomenti spot - che spesso possono nascere dall'esigenza di commentare una notizia - saranno trattati in pagine dedicate.

Buona partecipazione!


martedì 29 gennaio 2013

Cap. I - Par. 1b - Il metro di giudizio dei mercati. Quanto ci costa!



Quale è il metro di giudizio che usano i mercati per valutarci? Lo dobbiamo accettare o ci dobbiamo ribellare?

Sono criteri obiettivi? Esistono alternative migliori? Quanto ci costa il "servizio di valutazione"?

Partiamo da lontano per capire meglio come nasce "lo Spread" e quanto ci costa.

Al momento dell'emissione di un BTP, il Tesoro stabilisce il tasso cedolare (es. 5% all'anno) e lascia poi agli operatori la definizione del prezzo d'acquisto, mettendolo letteralmente all'asta

E già: è un'asta fra operatori specializzati sui mercati finanziari che stabilisce quanto spenderemo noi cittadini per coprire il costo del finanziamento del debito pubblico! 

Operatori "specialisti" che vengono scelti singolarmente dal Ministero dell'Economia fra le banche nazionali ed internazionali, autorizzati a partecipare ai mercati primari (le aste).

Interessante notare che l'articolo 123 del Trattato sull'Unione Europea vieta alla BCE ed alle banche del SEBC (quindi alla Banca d'Italia) di partecipare a queste aste. Riservate a soggetti sostanzialmente privati.

Un esempio numerico per seguire meglio il discorso. Se vi scocciate saltate pure. Poi, se non capite, tornate indietro.

Il prezzo del titolo si esprime in centesimi. Un prezzo pari a 100 ci dice che dobbiamo spendere oggi 1000 euro per acquistare 1000 euro di BTP, che ci renderanno 50 euro di interessi all'anno e 1000 euro di capitale fra dieci anni. 

Se a causa della scarsa partecipazione all'asta il prezzo viene fissato ad 80, l'investitore spende 800 euro per comprare... sempre 1000 euro di BTP ed avere sempre 50 euro di interessi all'anno e 1000 alla scadenza. 

Cosa succede al tasso d'interesse? Per effetto del prezzo più basso, il tasso effettivo è salito e non è più 5% annuo ma diventa: 50 / 800 = 6,25%. Inoltre va aggiunta una percentuale che si otterrà alla scadenza, quando verrà rimborsato un capitale di 1000 euro a fronte degli 800 sborsati inizialmente. Ignoriamo il calcolo preciso e diciamo che il rendimento effettivo è di, supponiamo, il 7%

Bella differenza, vero? Sia per l'investitore, che meno spende e più il BTP gli rende; ma anche per lo stato, che meno incassa... e più ci tartassa

Fra gli operatori specialisti che sono autorizzati a partecipare alle aste ci sono rimaste poche banche italiane (che magari hanno un retaggio storico di operazioni con il Tesoro, da quando erano Istituti di credito di diritto pubblico). Troviamo invece prevalentemente le grande investment bank internazionali. Osservare attentamente in questi link i nomi degli specialisti del debito pubblico italiano.

Anzi, aggiungiamo l'elenco, in Fig. 5


Fig. 5





Se quei nomi vengono associati nella vostra mente allo scandalo Libor, al miliardo di multa richiesti all'UBS e vi fa venire in mente la possibilità che questi signori si possano mettere d'accordo per orientare un prezzo, come potrebbero aver fatto per il Libor, state attenti: sarete sicuramente accusati di complottismo. 

Lo Spread, ormai lo sappiamo tutti: è la differenza fra il rendimento effettivo  del BTP e quello dell'analogo titolo tedesco, che si chiama Bund.

Rendimento effettivo BTP (7), meno rendimento effettivo BUND (2) = 5. Espresso in punti base, lo spread del nostro esempio è 500 (più familiare..)

Le aste dei titoli di stato (su diverse tipologie di titoli) ci sono quattro volte al mese. Perché i prezzi dei BTP e lo spread ballano tutto il tempo? Cosa comporta questo balletto sui nostri conti?

Il costo per lo Stato si fissa solo all'origine. L'asta determina per tutta la durata del titolo il tasso d'interesse che lo Stato deve pagare ad ogni scadenza cedolare. Ma sui mercati secondari i privati si possono divertire, e arricchire, specialmente se sono grandi.

Quando gli investitori negoziano lo stesso BTP sui mercati secondari (l'MTS, il MOT o altri), ne provocano il variare del prezzo o quotazione. Ad esempio, dopo l'emissione a 80, il prezzo sale, dopo un mese, a 100. La cosa non sposta di un centesimo l'impegno dello Stato, che continua ad avere un costo del 7% sugli 800 euro entrati in cassa. Il soggetto che ha comprato ad 80 e venduto a 100, invece, guadagna 200 euro su 800 spesi (25% in un mese..). Chi ha comprato a 100 ha ora in mano un titolo che rende il 5%. 

Sui mercati secondari si trasferisce solamente ricchezza da un soggetto privato all'altro. 

Viene quindi da pensare che a noi cittadini non importa nulla del variare dei prezzi sui mercati secondari. Controlliamo.

Gli operatori specialisti sono quelli che operano (e molto) anche sui mercati secondari. Il giorno dell'asta possono scegliere se comprare titoli sul secondario, oppure alla nuova asta.

Vuol dire che il prezzo dei mercati secondari non può essere sostanzialmente diverso da quello dei mercati primari nel giorno del collocamento, per titoli simili. Quindi quello che succede sui mercati secondari si riverbera con piena efficacia sul tasso pagato dallo stato sui nuovi titoli. Il problema si trasforma e inizia a pescare direttamente nelle nostre tasche :(

E qui dovremmo iniziare a domandarci se i meccanismi di funzionamento dei mercati secondari siano sempre tali da garantire comportamenti in linea con l'interesse pubblico. Ci arriveremo, al capitolo II, dopo aver acquisito altre informazioni.


Intanto,  domandiamoci: quanto è importante il tasso d'interesse che si paga sui titoli di stato? 

Tanto. Ma veramente tanto. Una risposta precisa: 1 punto percentuale all'anno su uno stock di debito pubblico di 2000 miliardi vale esattamente 20 miliardi all'anno che lo stato deve pagare (pardon.. che noi dobbiamo pagare).

Quanto è importante lo spread, allora? Anche la Germania ha un debito pubblico di circa 2000 miliardi. 500 punti di spread sono, alla faccia di chi vuole ignorarlo, 100 miliardi all'anno di differenza per interessi che l'Italia dovrebbe pagare ai mercati finanziari in più rispetto alla Germania, se quello spread fosse fisso.

A questo punto ci dovremmo chiedere cosa "giustifica" questa differenza, che è così pesante e incide così profondamente su un tessuto sociale già esposto ad un peso sempre più difficile da sopportare. E ce lo dovremmo chiedere anche alla luce di quello che ha detto Monti: i tassi attuali non sono in linea con i fondamentali del Paese. Lo ha sostenuto da sempre, a partire dal discorso di insediamento al Senato.

E ci dovremmo anche chiedere perché, pur vedendolo, ha lasciato fare ai mercati, invece di imporre la volontà politica.

Diciamo che lo spread è sceso, dopo un anno, anche se sappiamo che non è merito del Professore

Resta sempre alto: 250 punti sono 50 miliardi all'anno. I mercati ce li chiedono.
In nome di cosa accettiamo di pagarli?


Questi ragionamenti servono a valutare la scelta POLITICA - NON TECNICA - di aver ceduto ai mercati finanziari il diritto di decidere quale interesse vogliamo pagare sul debito pubblico. 

Una volta era il Governo, tramite il Ministero del Tesoro, a controllare il livello sostanziale del tasso d'interesse che lo Stato si impegnava a pagare sul debito pubblico. Ad ogni emissione, offriva i suoi titoli agli investitori (che erano famiglie, aziende, banche prevalentemente italiane e pubbliche). Con l'enorme vantaggio di avere a sua disposizione un "prestatore di ultima istanza": la Banca d'Italia era obbligata ad acquistare alle condizioni fissate dal tesoro tutti i titoli non collocati sul mercato. La Banca d'Italia, dotata del potere di emissione, cioè di stampare o creare moneta, non aveva limite alle risorse disponibili. A Fra'.. che te serve? 1000, 1 milione, mille miliardi? Eccoli. Funzionava, anche se c'era un evidente rischio di provocare inflazione. 

Quanto ce l'hanno fatto pagare, questo rischio, confondendoci le idee sulla sua natura!

Sul concetto di inflazione dobbiamo assolutamente tornare. Lo faremo al paragrafo 2 di questo capitolo. Per ora limitiamoci a dire che - in concomitanza con una esplosione dell'inflazione avvenuta in tutte le economie occidentali a causa di un grave shock petrolifero registrato nella metà degli anni '70 - si è deciso, tout court, di evitare il rischio di abusi. La causa dell'inflazione era evidentemente esterna alle scelte di politica economica attribuibili allo Stato. Ma l'occasione è stata colta per convincere tutti che era giunto il momento di attuare il famoso divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, nel 1981. La cosa (il divorzio), andava di moda. Così, mentre i sostenitori dei diritti civili ci conducevano in gloriose battaglie, qualcuno ne ha approfittato per indirizzare un bel cetriolone nel posto giusto. Si sa: l'economia non interessa al popolo. 

Consoliamoci, non siamo stati soli: più o meno contemporaneamente, il trasferimento è avvenuto anche fra governi e banche centrali in molti altri paesi, e nonostante il fatto che fossero caratterizzati da inflazione strutturalmente minore della nostra.

Da quel momento, il ruolo delle banche centrali in tutto il mondo occidentale si trasforma. 

Le Banche Centrali diventano il "custode del valore della moneta"; i Governi perdono il potere di scegliere a che tassi finanziare il debito pubblico; i mercati finanziari acquistano il diritto di stabilire quanto devono pagare i diversi stati sui loro titoli del debito.

Provvidenziale, quello shock petrolifero!  Ben due, a distanza di pochi anni.


Ad aiutare il Tesoro, nei bei tempi andati,  c'era anche l'insieme degli Istituti di credito di diritto pubblico che, in quanto banche pubbliche, avevano un preciso obbligo di tenere in portafoglio quote minime dei titoli emessi. E, all'occorrenza, anche quote sostanzialmente superiori ai minimi. 

Agli "specialisti" di oggi, bontà loro, viene solo chiesto di acquistarne in asta un certo quantitativo. Non di tenerli in portafoglio. Possono anche stufarsi e venderne 7 miliardi tutti insieme. Lo fanno, senza scrupoli.

Sempre in quegli anni inizia a diffondersi il liberismo. E sull'onda delle emozioni e della splendida salita delle borse di tutto il mondo, al grido di "privato è bello!", negli anni successivi le banche pubbliche prima si trasformano in  Società per azioni, poi vengono lentamente ma sistematicamente privatizzate. 

E' normale che ad una banca privata, che ha il dovere ed il diritto di fare profitti privati, non è che puoi più chiedere di tenersi in portafoglio dei titoli di Stato. E così ci abbiamo rinunciato.

La figura 6 ci mostra l'andamento storico del rapporto debito/PIL. E' importante osservare come inizia a salire velocemente dopo il 1981: anno di cessione del primo pezzo importante di sovranità. 


Fig. 6




Si può visualizzare anche in questo volantino, dove il grafico è accompagnato da qualche interessante commento aggiuntivo: La solitudine dei numeri reali (iniziativa da seguire e diffondere).

Dobbiamo però sforzarci di resistere alla tentazione di incavolarci troppo e subito, altrimenti smettiamo di ragionare. E siccome una persona che non ragiona viene trascinata a fare scelte che non farebbe a mente fredda, resistiamo.

Torniamo a valutare con il massimo di obiettività possibile l'efficienza dei mercati mentre ci giudicano.

Per farlo ci sforziamo di capire quali ragionamenti facciano nel momento in cui compravendono sui mercati secondari, ricordando il pericolo di default che abbiamo descritto nel post precedente. 


Il mondo è bello perché è vario e la natura umana ci porta immancabilmente a formulare sullo stesso argomento opinioni spesso completamente contrastanti. C'è chi compra e c'è chi vende. 


Il prezzo di mercato del BTP - in ogni dato momento - rappresenta l'equilibrio fra le diverse aspettative che tutti gli operatori autorizzati a partecipare si sono formati, oggi, sulla capacità dello stato di rimborsare, in futuro, capitale e interessi. 

Aggiungiamo un ultima considerazione sul costo degli interessi, per distinguere il tasso d'interesse nominale da quello reale (al netto dell'inflazione). Non sono pippe mentali: sono soldi che escono dalle nostre tasche. La distinzione serve a tappare la bocca a chi vuole farci credere che con il controllo dell'inflazione lo Stato abbia iniziato a risparmiare sul costo per interessi. 

Senza addentrarci in noiose analisi teoriche, osserviamo visivamente in Fig. 7 di quanto è aumentato il servizio del debito a causa degli interessi negli anni successivi al 1981.


Fig. 7


Aggiungi didascalia

Immagine tratta da un articolo interessante sull'evoluzione del debito pubblico  pubblicato su YouTrend nel novembre del 2011 (fatti noti...).

Torniamo a ragionare su come i mercati valutano il rischio di default, sottolineando, ora che lo sappiamo, quanto reale sia diventato il rischio stesso, in conseguenza delle scelte politiche degli ultimi decenni: 

- la rinuncia alla garanzia della Banca Centrale in qualità di prestatrice di ultima istanza; 
- la rinuncia al solido aiuto di un sistema di grandi banche pubbliche; 
- la scelta di orientare la vendita dei BTP agli investitori esteri, piuttosto che alle famiglie italiane, come dimostra inequivocabilmente l'elenco degli "specialisti" scelti dai nostri politici;
- l'enorme salita dei tassi d'interesse reali che si è immancabilmente realizzata, non appena il diritto di fissarli è stato tolto al governo e regalato ai mercati finanziari.

Queste sono le logiche di mercato. Semplici e consequenziali: più gli operatori si convincono che il rischio di default potrà aumentare, in futuro, più sono spinti a vendere quel titolo, facendo scendere il prezzo e salire il tasso. 

Solo nei capitoli successivi vedremo come la garanzia di solvibilità, che è stata negata agli Stati, sia stata invece offerta ai mercati attraverso le leggi che disciplinano il sistema finanziario, la BCE ed il Meccanismo Europeo di Stabilità. Per capire quanto queste scelte politiche riescano a mettere certi investitori istituzionali nella condizione assai privilegiata di:

- poter decidere il tasso di interesse che lo Stato in crisi deve pagare, motivandolo con il rischio di default;

- avere allo stesso tempo la consapevolezza che istituzioni finanziarie sopra nazionali, mascherate da organi comunitari, hanno il potere - sottratto al controllo democratico dei veri organi pubblici - di spremere dai popoli sangue a sufficienza per pagare comunque quei debiti, prima degli stipendi agli statali, delle pensioni, dei servizi pubblici.

Ripeto, ci dobbiamo incavolare un po' per volta. E capire per bene, un passo dopo l'altro.

Ricapitoliamo, tornando al messaggio chiaro che ci arriva da questi politici che non possiamo ritenere ignoranti, essendo tutti professori ed informati. Messaggio che viene costantemente ripetuto ed amplificato da un sistema mediatico asservito: 

- il giudizio dei mercati finanziari è la migliore guida per l'azione politica, ne garantisce l'efficenza;

- i mercati esprimono il loro giudizio determinando il tasso di interesse reale sui titoli del debito degli Stati;

Sorvoliamo sul fatto che, nel determinare il tasso, stabiliscono anche il loro guadagno, perché tanto nella testa degli Italiani il guasto sociale che procura il conflitto d'interessi non viene percepito. Purtroppo.

Proviamo allora ad offrire una immagine dei questi differenti "giudizi" che i mercati esprimono, per iniziare a valutare, noi, quanto sono bravi ed oggettivi,  loro, a valutare gli Stati (noi).

Osserviamo in Fig. 8 i diversi tassi di interesse che richiedono (impongono) a Stati diversi.

Nelle puntate successive cercheremo una correlazione fra questi livelli e alcune variabili che, a rigor di logica, ci aspettiamo che usino. Per oggi ci accontentiamo di osservarli.

Fig. 8





giovedì 24 gennaio 2013

CAP. I - Par. 1a - La Minaccia del Fallimento




Torniamo a studiare i comportamenti e le logiche dei mercati. 

Facciamolo con attenzione, sforzandoci di capire bene, perché è ai mercati finanziari che sono state consegnate - di fatto - le leve di governo dell'economia. 

La scelta è stata giustificata sulla base della loro supposta (non dimostrata) efficienza. L'aggettivo (supposta) è cacofonico.. ma rende bene l'idea, pensando a dove possa finire ad operare la famosa "mano invisibile". Grande mito del liberismo vecchio e nuovo, questa mano invisibile dei mercati che dovrebbe miracolosamente assicurare la miglior soddisfazione dei nostri interessi collettivi proprio lasciando liberi i soggetti economici privati di occuparsi esclusivamente del loro tornaconto personale. Questa è l'essenza del liberismo. Le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi.. e non solo.

Innanzi tutto è doveroso avvertire: la minaccia di fallimento, il Deafault (quella che è stata usata per farci accettare le medicine sbagliate del governo Monti), è una minaccia reale

I nostri politici hanno lasciato accumulare il possesso dei titoli del debito pubblico italiano nelle mani degli speculatori esteri (investitori istituzionali di vario genere). Da tempo, utilizzando il mito della bellezza e dell'utilità di "attirare capitali esteri", i nostri politici hanno scelto di modificare le sane abitudini di una volta (quando BOT e BTP erano quasi tutti in tasca agli Italiani) e di iniziare a finanziarie l'azienda di famiglia non già con le immense risorse familiari, ma ricorrendo a sconosciuti prestatori esteri. 

La cosa è iniziata con una certa intensità più o meno quando Draghi era al Ministero del Tesoro. Ed è continuata tranquillamente: ricordiamo tutti come Monti, appena divenuto primo ministro, si è fatto un bel giro per i mercati finanziari (New York, Londra, il lontano Oriente) a sollecitare investimenti esteri. 

Per valutare meglio, torniamo ad osservare le posizioni dei soggetti coinvolti.

Un investitore istituzionale estero investe su titoli italiani esclusivamente per guadagnare un tasso d'interesse.. interessante. Cercando di correre il rischio più basso possibile, a parità di guadagno. Chiaro, no?  Se, dopo averlo fatto, inizia a dubitare della capacità del paese di trovare risorse finanziarie sufficienti a rimborsare i titoli del debito pubblico in scadenza, cosa fa ? Vende. Prima della scadenza, per non restare col cerino in mano. Se è uno grande a vendere, e vende tanti titoli, sale lo spread. Se sale lo spread la paura e i dubbi di tutti gli altri aumentano. E tutti vendono. E lo spread sale ancora di più. Così, quello che era un pericolo, diventa una realtà. Anche se chi ha iniziato a vendere lo ha fatto per motivi tecnici e transitori che non c'entrano niente col giudizio sul paese. 

Chissà come è andata a finire l'indagine della Consob su Deutsche Bank, che poco prima del giugno del 2011 ha venduto 7 miliardi di BTP. 

Cosa vi dice questo grafico della Fig. 3 sull'andamento dello spread, che inizia a salire vorticosamente a partire proprio in quel periodo?


Fig. 3






Non è forse interessante osservare - per ricordare meglio - l'andamento storico durante tutta la vita dell'Euro, mostrato nella Fig. 4 ?





Bisogna averla proprio sotto gli occhi la capacità dei mercati finanziari di esprimere giudizi corretti e tempestivi sui rischi che corrono. E la rapidità con la quale questi giudizi cambiano.

Per dieci lunghi anni investire in Grecia, Irlanda, Portogallo, Italia, Francia o Germania, comporta più o meno lo stesso giudizio. Poi arriva la crisi del 2009, quella causata dalle follie dei mutui sub prime (altra delizia di scienza dei mercati finanziari), e si accorgono all'improvviso che il giudizio era sostanzialmente sbagliato. E vendono, e svendono. Prima con calma, poi all'impazzata. 

Guardare bene, e meditare, serve ad esprimere un giudizio non solo e non tanto sulla "efficienza della mano invisibile". Quello viene istintivo. Bisogna invece riflettere molto a lungo ed accuratamente, soprattutto, sulla deficienza dei politici che in quelle mani hanno consegnato i nostri destini; la nostra sovranità;  la responsabilità delle leve di governo dell'economia, della cui manovra, evidentemente, non si sentono più all'altezza.



Il rinnovo dei titoli di stato in scadenza è una operazione di alcuni miliardi di euro che si ripete più volte al mese dal tempo dei tempi provocando a volte tensioni percepite solo dagli addetti ai lavori. Ognuno di quegli appuntamenti contiene il germe della tragedia: se mancano compratori, i nuovi titoli non vengono piazzati e lo Stato - che deve rimborsare quelli in scadenza - non avrebbe materialmente in cassa i soldi per pagare i creditori, andando tecnicamente in "Default". Attenzione: nell'immediato, non avrebbe neppure i soldi necessari a pagare gli stipendi agli statali, le pensioni ai fortunati che la prendono, per mandare avanti gli ospedali, le macchine della polizia, i servizi sociali, e così via. Il rischio esiste e non deve essere ignorato.

Magari va capito meglio, questo si. Cominciando col dire che di default ce ne sono stati proprio tanti, nella storia. Anche recente, come mostra questo articolo di Giuseppe Sandro Mela. Va capito nelle conseguenze che comporta, come molto sinteticamente indica questo brevissimo video del professor Emiliano Brancaccio. Capito nelle azioni che possono essere usate per gestirlo, ripartendo i sacrifici fra chi può sopportarli e chi no. Ma questo, si sa, comporta una responsabilità politica che i nostri preferiscono non avere. Per questo si nascondono dietro i mercati. Per questo ci chiedono di cedere la nostra sovranità. Per lasciar operare indisturbata la magnifica e leggiadra mano.

Cominciamo dal mettere meglio a fuoco la posizione degli investitori istituzionali, in caso di default. Che non tutti ne sono consapevoli. Oggi come oggi (anzi, oggi potrebbe essere un po' diverso e ne parleremo, ma sicuramente era così a fine 2011, quando sono arrivati i professori a salvarci), gli investitori istituzionali rischiano di non vedere il becco di un quattrino o, comunque, di vedersi rimborsata solo una parte del capitale investito. Non esiste un giudice sopra nazionale che può chiamare in giudizio lo stato in default, pignorare i suoi beni (il patrimonio pubblico; né tanto meno quello privato dei suoi cittadini), venderli all'incanto e rimborsare con il ricavato i creditori. Ci si siede, invece, attorno ad un tavolo e si inizia, più o meno pazientemente, a negoziare. Non ci vuole una grande scienza per capire che in quel caso il creditore è abbastanza nervoso e preoccupato. Non avrebbe mai voluto arrivare li.

Il debitore (lo Stato) inizia a proporre soluzioni alternative: "non rimborso nulla, arrivederci e grazie" (soprattutto se nella famiglia ci sono risorse sufficienti per fare a meno dei crediti dall'estero); "rimborso solo il 20, il 40, il 60% del mio debito", tanto per fare degli esempi; "rimborso non ora ma fra dieci, venti, trenta o cinquant'anni. Interessi, pochi. Prendere o lasciare".

Il creditore non ci sta. Si organizza, mette su un Comitato, e inizia a contro proporre: "l'80, il 70%, in due o cinque anni, ad un tasso d'interesse molto alto". E chiama in aiuto il Fondo Monetario Internazionale che, comodamente seduto al tavolo, mette a disposizione i suoi preziosi servigi. Se le parti trovano un accordo, e lo stato debitore si impegna a fare il bravo bambino, spremendo i cittadini come rape per tirarne fuori sangue a sufficienza per ripagare capitale e grassi interessi, i soldi li anticipa lui. 

Peccato che la Grande Distribuzione Organizzata ci abbia tolto il piacere di negoziare il prezzo delle cose che acquistiamo nei supermercati. Prezzi fissi, e passa la paura. Abbiamo così perso la "cultura ed il piacere" della negoziazione. Soprattutto, però, abbiamo perso, collettivamente, la capacità di capire cosa è che fa andare a buon fine una negoziazione. Si impara, infatti, solo con molta esperienza.

Tenendosi in esercizio, si rammenterebbe con più facilità l'unica cosa che conta quando si contratta un prezzo (o un accordo di ristrutturazione di un debito): quanti soldi ha in tasca il compratore (debitore) e quanto ha effettivamente bisogno e urgenza di concludere; quanto è più importante per il venditore (o creditore) avere dei soldi in cambio dell'oggetto che vuole vendere (o dei titoli che ha in mano e rischiano di diventare carta straccia).

Noi, paese Italia, a fine 2011 avevamo un potere negoziale enorme, altro che fallimento. Non siamo stati salvati, come ci ricorda perfino il Financial Time

Di risorse ne avevamo a sufficienza per chiamare quei pazzi indemoniati che folleggiavano sui mercati finanziari, e riportarli alla ragione: o vi accontentate di tassi in linea con i nostri buoni fondamentali, o non beccate un quattrino.

Sarebbe stato sufficiente - anziché andare nelle "piazze finanziarie estere" a pietire aiuti -  suggerire agli Italiani di trasformare in titoli italiani i 400 miliardi dei loro risparmi privati investiti in titoli esteri. Per non parlare dei 1600 mld investiti in asset finanziari di varia natura. Asset che comportano tutti un rischio tanto maggiore quanto meno è comprensibile (qui lo accenniamo per inciso ma ci torneremo su). Su questi investimenti, nel frattempo, gli intermediari ci guadagnano delle belle commissioni mentre a vendere BOT e BTP ci guadagnano poco. Senza menzionare la possibilità di richiamare, con la dovuta fermezza, le centinaia di miliardi che furbi compatrioti esportano illegalmente all'estero. 

Avrebbe potuto salvare così il paese, liquidando la speculazione internazionale. Semplicemente usando l'intelligenza e mobilitando le risorse finanziarie dei più facoltosi concittadini, senza neppure toglier loro la ricchezza con le tasse. Offrendo loro l'opportunità di investirla a rendimenti elevati (tali erano in quel periodo). Ho provato a suggerirlo, a suo tempo, ma la lettera spedita a tutti i giornali non è arrivata. Forse quella situazione di crisi era più adatta a far accettare agli Italiani le medicine amare che sono seguite. Chissà! Ed è servita tanto a qualche politico a farlo sentire molto responsabile. Ed è servita agli investitori, esteri, a godersi quei rendimenti elevati, resi sicuri dai sacrifici imposti, subito dopo, ai più deboli fra i concittadini.


Poi, certo, sarebbero restati tanti altri aspetti da sistemare, a casa. I problemi reali hanno molto più a che fare con il debito privato che non con quello pubblico, come ci ricorda correttamente il Professor Bagnai nel suo ultimo libro "Il Tramonto dell'Euro" . Avremmo avuto la possibilità di ragionarci sopra con calma, utilizzando la rinnovata attenzione di tutto il paese, resa vivace dal pericolo appena scampato.

I nostri salvatori hanno rifiutato la responsabilità della gestione dell'economia, scegliendo la crisi. La responsabilità delle conseguenze, e del dolore di tanti, se la portano nella storia e nella tomba.


Non solo. Coerentemente con l'idea ormai scontata di cederla il più possibile, la sovranità e la responsabilità che ne consegue, temo fortemente che stiano deliberatamente operando per rendere quella semplice via un bel po' più complicata. Dovremo approfondire, in seguito, con grande attenzione le modalità con le quali i nuovi interventi annunciati dalla BCE, ed il collegato ricorso al MES ed al FMI, modificano anche sul piano del diritto internazionale le posizioni contrattuali dei vari soggetti in caso di Default.

E' molto alto, in questi mesi, il rischio di una trasformazione della natura giuridica del debito. Fra l'altro, sarebbe molto interessante leggere gli allegati al Decreto del Ministero delle Finanze del 7 dicembre 2012. E' li che viene specificato il contenuto di queste benedette Clausole di Azione Collettiva di cui si legge su internet senza capire bene. Clausole che sono applicate alle nuove emissioni di titoli di stato a partire dal 1 gennaio 2013, così come ci avvisa il Comunicato Stampa del Ministero.

Sarà senz'altro colpa della mia inettitudine e non certo per mancanza di trasparenza.. ma io quel decreto e gli allegati non lo trovo su internet e sarei veramente grato a chi, più esperto di me, riuscisse a darmene traccia.

Per inciso, l'accesso alle fonti, proclamato a gran voce dai nostri politici, tutelato da leggi tanto macchinose quanto inefficaci, è un'arma fondamentale per difendersi dalla manipolazione delle informazioni (e del consenso). Non è accettabile che le leggi siano nascoste e incomprensibili. 

E' alla base del principio di legalità: la legge non ammette ignoranza. Se viene nascosta, o resa poco comprensibile, si obbliga il popolo ad agire illegalmente. Avevo a suo tempo concepito una legge utile a garantire una reale trasparenza degli atti normativi e della pubblica amministrazione. Ce n'è una nota su facebook, la devo rispolverare.

Il soggetto che acquista un normale titolo di stato deve essere perfettamente consapevole del rischio che corre. Queste cose bisognerebbe scriverle a caratteri cubitali all'ingresso delle banche, delle borse, per le strade delle città. 

Si vuole forse scoraggiare il cittadino privato, anziché incoraggiarlo?

Lo sanno di sicuro, invece, gli investitori istituzionali: per dovere professionale, conoscono i rischi che corrono ed hanno un diverso accesso alle informazioni. 

Anche se va detto che li capirebbero senz'altro meglio, quei rischi, se subissero di persona le conseguenze dei loro investimenti sbagliati, invece di essere salvati prontamente ogni volta che commettono errori troppo gravi. Salvati con i nostri soldi, naturalmente. 

Non è istruttivo. E neppure etico. Ma è il liberismo, bellezza.

Ci fermiamo qui, per adesso, archiviando un altro pezzo di informazione importante: è vero che gli investitori istituzionali possono provocare - nelle condizioni attuali - un default dello stato, ma sono anche i più interessati ad evitarlo - per ora - perché devono salvare il capitale investito che andrebbe altrimenti perso

Questa informazione sulla debolezza della controparte esprime ancora più potentemente il potere negoziale che abbiamo sprecato.





mercoledì 16 gennaio 2013

CAP. I VERITA' A CONFRONTO - Par. 1 - I Mercati ci giudicano


va all'Introduzione



IL TALLONE D'ACHILLE

Cap. I

 Verità a confronto


1. I mercati ci giudicano

Da una parte la rappresentazione che i politici, le TV e i giornali ci propongono della realtà socio economica; dall'altra: dati, numeri, fatti di dominio pubblico, ragionamenti... e il nostro buon senso. Insostituibile.

Usiamo tre argomenti per il confronto, tre "miti" da sfatare: 
- l'oggettività dei mercati finanziari, che è alla base del nostro presunto (e sollecitato) interesse ad "ascoltarli"; 
- lo spauracchio dell'inflazione e l'imperativo categorico di doverla tenere a bada;
-  la necessità di "competere", per diventare migliori :)


Ci viene detto: Siamo noi che dobbiamo dimostrare ai mercati di essere affidabili, perché sono i migliori ed imparziali giudici dei nostri comportamenti !

Ci domandiamo: Non saranno forse i mercati che devono ancora dimostrare di meritare la nostra fiducia ? 

Accendiamo la televisione per un telegiornale ed immancabilmente ci raggiunge la notizia sull'andamento dei mercati finanziari. Salgono, scendono, ci controllano e ci giudicano. Le notizie sul fronte della politica e dell'economia vengono infatti presentate sempre più spesso in diretta relazione alla salita o discesa delle borse o dello "spread".

E pensare che un tempo c'erano solo i giornali specializzati: se eri un ricco signore che investiva in borsa compravi "quel" giornale, oppure vivevi tranquillo, ignorando i mercati. Le borse in televisione ci finivano raramente, quando accadeva qualcosa di veramente importante.

Così, al giorno d'oggi, osservando la diffusione invadente di quei commenti su tutti i Tg e la carta stampata, pensavo ingenuamente: ma quanta gente gioca in borsa? 

Sicuramente tanti cittadini sono stati affascinati dai miraggi del facile arricchimento, soprattutto dopo l'esuberanza irrazionale delle borse degli anni '80 e '90. Ve li ricordate gli anni ruggenti delle borse?  Interessante osservare il grafico secolare dell'indice della borsa americana Dow Jones Industrial Average, dalla sua nascita nella fine del 1800 fino ai primi anni del nuovo millennio. Osservare l'andamento, decennio per decennio, come riportato in questo interessante studio di Arezzo Trade. Valutare visivamente la salita dei prezzi decennio per decennio, altalenante, discontinua. Arrivate agli anni '80 e poi ai '90 e dite voi la differenza.

Oppure osservare quei due decenni tutti insieme in questo grafico dello S & P 500 (stessa fonte), con il valore che passa da circa 100 a inizio del 1980 per finire quasi a 1600 nel 2000, cioè sale di sedici volte! 


Fig. 1


S & P 500 NEL VENTENNIO RUGGENTE DEL NEOLIBERISMO


Per un confronto, bisogna considerare che nel ventennio precedente (1960-1980) era passato da 65 a 105, cioè era salito di 1,6 volte. In venti anni. Dieci volte meno velocemente.


Fig. 2


S & P 500 NEL VENTENNIO RUGGENTE DELLE LOTTE SINDACALI

Quelle sono borse americane, vero, ma rappresentano un po', in maniera che in prima battuta può essere senz'altro accettata, l'andamento dei mercati finanziari di tutto il mondo. 

L'andamento dell'indice di borsa ci dice, per prima cosa e in parole povere accessibili a tutti, quanto velocemente le aziende fanno profitti, che si traducono in dividendi distribuiti a chi possiede azioni, oppure si incorporano nel prezzo se vengono reinvestiti. Per essere più precisi, rappresentano l'aspettativa, la speranza (o anche l'illusione) di aumento dei profitti futuri che si forma nella testa della gente che investe.

Ora, i testi di economia, soprattutto quelli dei premi nobel che hanno lanciato e sostenuto le idee alla base del neoliberismo, garantiscono che i profitti aziendali crescono perché cresce la produttività e grazie alla innovazione tecnologica: usando le stesse cose e la stessa quantità di lavoro si fanno prodotti migliori che si vendono a prezzi più alti, soprattutto se - nella competizione globale - si è capaci di scegliere i famosi prodotti ad "alto valore aggiunto".

Nelle didascalie, che ho aggiunto personalmente sotto ai grafici, propongono un punto di osservazione sicuramente molto meno "tecnico"; più "squisitamente" politico (come si diceva una volta). Osservate, lentamente, e lasciatevi andare ai ricordi. Chiudete gli occhi e domandate a voi stessi, fra quelli che c'erano, se il diverso andamento di quei grafici e il diverso andamento della lotta di classe in quei diversi ventenni vi aiuta a spiegare qualcosa del rapporto fra andamento delle borse e diversa distribuzione fra salari e profitti. Laddove, se sale la fetta di torta destinata ai salari, diminuisce matematicamente quella che spetta ai profitti.

Per chi non c'era.. avrà pur sentito parlare del '68. Anni nei quali quelli che leggono i libri (che allora erano studenti) si guadagnavano il 18 politico, ponendo le fondamenta di un ulteriore degrado culturale della società italiana e lo scadere dei criteri di selezione della classe dirigente.

Per chi non sa chi siano "quelli che leggono i libri" ripropongo 1,5 minuti di video di "Giù la Testa", sicuramente uno dei più bei film di Sergio Leone.

Negli stessi anni, però, quelli che si guadagnano il pane con il sudore della fronte si guadagnavano anche la difesa del potere d'acquisto dei loro salari reali con scioperi, manifestazioni, organizzazioni e discussioni nelle sedi di partiti, parrocchie, circoli e associazioni. Nel ventennio successivo quelli che leggono libri erano diventati classe dirigente del paese. E si sono bevuti il neoliberismo. E lo hanno venduto agli operai.

Dicendo che quei grafici sintetizzano in maniera molto evidente lo stato della lotta di classe ed i diversi rapporti di forza del confronto fra salari e profitti nei due ventenni, sicuramente non ci vinco un nobel, ma potrei aver suggerito al nostro buon senso collettivo un aspetto più connesso alla realtà di tante spiegazioni "tecniche".

Oggi, poi, ho letto questa cosa sulla fine della riforma agraria in Brasile che mi ha un po' avvilito. L'ho commentata così su facebook:  

"chissà perché sono sempre i partiti dei lavoratori a dare le fregature più grosse al popolo

la facilità con la quale si lasciano incantare e corrompere dalle lusinghe del potere è sconcertante."


E, per finire, oggi ho proposto al Consiglio Comunale, aperto alla cittadinanza ed alle forze sociali, di sperimentare un circuito di Moneta Complementare per rilanciare l'economia locale. Soprattutto, per superare i problemi causati dai tagli che lo Stato ha fatto e continuerà a fare nei prossimi anni ai trasferimenti di fondi ai Comuni. Fino ad azzerarli, come già deciso e previsto. Tagli che metteranno ancor più le istituzioni contro i cittadini, negli enti locali, costretti come saranno alla dolorosa scelta fra: tagliare i servizi; privatizzarli; chiedere nuove tasse. Suggerisco una potenziale via d'uscita... e mi sento dire dai rappresentanti degli operai che, in un momento come questo, non vogliono sentir parlare d'economia...

Da una parte mi avvilisco. Dall'altra mi convinco sempre più che l'unica strada per costruire qualcosa di serio, che non finisca a tarallucci e vino, è quella che stiamo seguendo, per quanto lenta e faticosa: lavorare per diffondere la consapevolezza sui reali problemi. Continuando a scrivere, ad incontrare persone, a confrontarci, a difenderci dalle false rappresentazioni della realtà che ci vengono proposte per costruire passo dopo passo la nostra coscienza collettiva. 

Tempi e modi per presentare le proposte concrete al momento giusto, alle persone giuste, e preparare il terreno. Tenere a mente.

Torniamo così al nostro discorso.

In realtà quei grafici ci dicono anche che l'aumento dei profitti non basta a giustificare i prezzi delle borse che "volano", soprattutto negli anni 90. Sono quelli gli anni in cui si parla di "esuberanza irrazionale"; di bolle speculative. Peccato che, dopo averne parlato, i signori della finanza, comodamente seduti nelle poltrone delle banche centrali e delle investment bank, non abbiano trovato nulla di meglio da fare che continuare ad alimentarle con generose immissioni di liquidità. Forse perché ne traevano vantaggi personali ? Questo discorso lo approfondiremo nel Cap. II.


Riprendiamo invece, per ora, il discorso interrotto sul messaggio che ci viene dato sistematicamente dal sistema mediatico, relativo alle notizie ossessive sugli andamenti dello "spread" e delle quotazioni delle borse. 

Lo facciamo per osservare il collegamento sempre più diretto che viene proposto, sottolineato, commentato e ripetuto all'infinito fra le scelte della politica e la reazione/giudizio dei mercati finanziari. Viene così da pensare che il target di queste informazioni non sia tanto il cittadino investitore quanto, piuttosto, il cittadino elettore. Differenza importante!

Piano piano, subdolamente, ci è entrata ormai nei meccanismi del pensiero acritico l'idea che il giudizio principale sulle scelte della politica, il primo da dover ascoltare, quello più importante per la nostra collettività, sia proprio quello espresso dai mercati. Se ce lo dicono televisioni e giornali, tutti i santi giorni dell'anno, che dobbiamo rispettare le esigenze dei mercati, dobbiamo fare le cose perché "ce lo chiedono i mercati", dobbiamo "conquistare la fiducia dei mercati"; se ce lo ricordano così spesso e così suadenti Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, lacchè di vari livelli... alla fine ci convinciamo: sarà senz'altro così.

Cosa poi siano questi fantomatici "Mercati Finanziari" che ci osservano come un grande fratello, lo vedremo in profondità in seguito. Per ora accontentiamoci della constatazione: ci osservano e ci giudicano.

Sintetizziamo e teniamo a mente la Prima "rappresentazione" mediatica:

I Mercati Finanziari esprimono il giudizio più importante - per noi tutti - sulle novità sociali e politiche.

Dopo la notizia sulla reazione delle borse arrivano in TV, sulla stessa vicenda, le reazioni dei politici e delle parti sociali. Queste ultime sempre più raramente, sempre più sbiadite, ad indicare anche visivamente e logicamente che sono meno importanti: non contano e non cambiano la realtà. Vengono dopo, questo è il messaggio. Quanto alle reazioni dei cittadini, poi, al massimo trovano un controllatissimo spazio espressivo nei talk show. Perché la politica è ridotta a questo: spettacolo; spettacolo della chiacchiera.

Cosa può mai importare a noi se i sindacati non gradiscono la riforma del lavoro, quando poi in assenza di quella riforma lo spread si impenna e ci porta sull'orlo del baratro? Magari ci stupisce la circostanza che perfino la Confindustria affermi che quella non sia la priorità, soprattutto se attuata in quel modo, ma ci mettiamo l'anima in pace. Lo spread scende, la riforma è buona. Lo spread sale, la riforma non va.

Senza lo spread - senza la sua guida sicura e infallibile - la Signora Fornero non sarebbe mai e poi mai riuscita a far passare una riforma del lavoro invisa tanto ai lavoratori quanto ai datori di lavoro. Successivamente vedremo se come giudice è efficiente, questo spread, se è capace di scegliere bene. Intanto archiviamo il suo immenso potere di convincimento ed affermiamo:

lo spread ed i mercati finanziari in genere sono il miglior alleato del Governo, quando vuole far passare una decisione impopolare.


Per onestà intellettuale, dobbiamo cercare comunque una base di razionalità anche nella rappresentazione che ci viene proposta. Non possiamo cavarcela con dell'ironia. Però, siccome il discorso si fa complesso, prendiamoci una pausa e spezziamo il post, rimandando il prosieguo ai prossimi giorni. Anche in considerazione dell'effetto perverso che ci ha prodotto quel malefico strumento che è la televisione: l'abitudine a ragionare per slogan, per spot. La difficoltà oggettiva a leggere, ascoltare, ragionare su discorsi troppo lunghi.

venerdì 11 gennaio 2013

INTRODUZIONE - 5. Piano del Libro



Piano del libro

Con gli amici e conoscenti che vorranno partecipare, useremo questo schema:


1) Procederemo ad una analisi di contesto che pone due verità a confronto:
- la rappresentazione fatta da politici, tv e giornali;
- dati, numeri, fatti di dominio pubblico.

2) Analizzeremo poi, in tre passi, confrontando esperienze diverse:

- Il sistema finanziario (rapporti fra banche centrali e Stati - commistione fra credito e finanza);

- Il sistema politico (la democrazia rappresentativa negli stati - l'evoluzione nei Trattati dell'Unione Europea);

- La fine della democrazia (la manipolazione delle informazioni e le cessioni di sovranità hanno reso il controllo delle scelte sociali e politiche subalterno agli interessi dei mercati finanziari, e per alcuni versi lo hanno consegnato direttamente alle sue istituzioni).


A questo punto avremo sufficienti informazioni per valutare le soluzioni possibili che possano tirarci fuori dai guai. Proposte concrete.

3) Come se ne esce, rimettendo le responsabilità della politica al loro posto, sopra ordinate alle scelte economiche:


- Riforma dell'informazione (descrivendo i modi diversi per garantire pluralità, indipendenza, responsabilità).

- Ricambio della classe dirigente e Riforma della politica (recesso dai trattati illegittimi e insostenibili; nuovi accordi internazionali; tutela della democrazia, della partecipazione e della sovranità popolare per debellare la corruzione e prevenire i golpe striscianti, completando la definizione degli strumenti di democrazia diretta).

- Ripristino delle leve di governo dell'economia (moneta e leva fiscale), messe saldamente nelle mani dei diretti rappresentanti del popolo. Funzionali alla Riforma del sistema produttivo attuato tramite una rivoluzione delle tipologie contrattuali e la Riforma del prelievo fiscale, con attenzione alla capacità contributiva, alla progressività, al rispetto del mondo della produzione reale e del lavoro.

- Riforma della finanza privata (separazione credito/finanza, definizione chiara delle responsabilità, limiti, pubblicizzazione delle principali banche).

- Gestione del debito (tutela del patrimonio pubblico, limitazione del debito estero, razionalizzazione della spesa, utilizzo residuale della leva monetaria).

4) Stabiliremo come è possibile vivere meglio.


- Creando lavoro. Ci sono tante di quelle cose da fare per vivere meglio nella nostra società! La cosa più stupida che si possa fare, oltre ad essere la più ingiusta, è quella di lasciare le persone senza lavoro.

- Creando cultura della democrazia che è fatta di responsabilità, individuale, aziendale e collettiva.

- Cultura della solidarietà, della partecipazione e della sostenibilità. Termine guida, quello della sostenibilità, che dovrebbe sorreggere ogni visione di una società non chiusa egoisticamente nel proprio presente.


Conclusione

La mia convinzione, profonda e indistruttibile, è che la società italiana accetta le condizioni pietose nella quali ci ha condotto la classe politica esclusivamente perché è stata confusa, ad arte. Tradita da chi ha mentito sapendo di mentire, da chi ha fatto finta di non capire, da chi ha preferito chiudere gli occhi per non vedere. Quando capiremo, sapremo reagire.

Ha un tallone d'Achille, il potere che ci opprime: ha ancora bisogno del nostro consenso.

Ormai formale, senz'altro. Strappato dietro ricatto, estorto con la manipolazione delle informazioni. Ma ne ha bisogno. L'opera di informazione, l'opera di recupero della capacità di sviluppare ragionamenti collettivi lavora in quest'ottica: resistere alla disinformazione. Abbattere il muro di omertà che è necessario al potere per continuare ad opprimerci.

Dobbiamo arrivare a capire, insieme, se ci rende più fragili o più forti, l'Europa. Che differenza c'è fra l'Europa che abbiamo tutti nella mente e nel cuore, e le Istituzioni sbagliate dell'Unione Europea. Valutare se siamo soli, nella lotta contro lo strapotere dei mercati, oppure se abbiamo nei popoli europei un potenziale, prezioso alleato. Se è materialmente possibile agire dentro l'attuale quadro istituzionale dell'Euro e dell'Unione Europea, oppure le cessioni di sovranità concesse di fatto più ai mercati finanziari che non alla politica europea, rendono vano il tentativo. Sono temi che non possiamo eludere. Con il massimo sforzo di onestà intellettuale di cui siamo capaci.

C'è però una consapevolezza su tutte che dovrebbe costringere imprenditori e lavoratori, giovani e anziani, italiani e stranieri, ricchi e poveri, a non abbandonare un cammino che appare impossibile: accantonare momentaneamente apparenti divisioni per combattere un nemico comune che è più debole di quanto non appaia.

Ancora oggi il potere finanziario internazionale - rappresentato da meno dell'uno per cento della popolazione - si è pesantemente sovrapposto al mondo della produzione reale ed agli interessi democratici del 99 per cento dei cittadini. Ed è spietato. Le nostre divisioni e la nostra ignoranza sono la sua unica forza.

Il rifiuto dei cittadini per bene ad impegnarsi politicamente, rappresenta l'immenso spazio che - in mancanza - viene occupato dagli arroganti e dai prepotenti.

Possiamo scoprire la menzogna. Possiamo toccare con mano che vivere infinitamente meglio è non solo possibile, ma assolutamente più semplice e liberatorio.

Ma dobbiamo anche accettare l'idea che nessuno di noi ha il diritto di rimanere a guardare. Perché solo la partecipazione larga, diffusa, costante, impegnata, delle persone oneste, competenti, serie che compongono la nostra società può consentire un recupero degli spazi di democrazia che il potere ci sta rapidamente comprimendo.

Abbiamo dinanzi a noi tempi incerti e difficili. Il prossimo Parlamento avrà vita breve.

Non saranno le elezioni del 2013 a restituirci la libertà, ma dobbiamo essere certi che lavorare per la consapevolezza dei popoli è l'unica strada che porta alla meta. Ci sostenga questa certezza lungo il cammino, che si preannuncia lungo e faticoso.

Non abbiamo il diritto di arrivare altrettanto impreparati all'appuntamento successivo.