ISTRUZIONI PER L'USO

IL TALLONE D'ACHILLE è pensato per scrivere libri, direttamente su questo blog. Qui comincia l'Eredità di Michele, l'ultimo scritto. Il precedente è stato interrotto, si vede che doveva maturare. Qui trovate IL primo LIBRO, col suo indice ed i post che lo compongono.
I "libri" raccolgono commenti, critiche e suggerimenti di chiunque voglia partecipare con spirito costruttivo. Continuano un percorso iniziato con le Note scritte su Facebook , i cui contenuti sono ora maturati ed elaborati in una visione d'insieme, arricchiti da molti anni di esperienze diverse e confronti con persone diverse.

I Post seguono quindi un percorso logico che è bene conoscere, se si vuole ripercorrere il "discorso" complessivo. Naturalmente è possibile leggere singoli argomenti ai quali si è interessati. Argomenti spot - che spesso possono nascere dall'esigenza di commentare una notizia - saranno trattati in pagine dedicate.

Buona partecipazione!


sabato 1 aprile 2017

Capitolo XI - Cosa fare, ora


Link al Capitolo X        scarica versione PDF  

Io la voglio tutta, la mia Indipendenza. Voglio la Libertà, la Dignità e la Responsabilità. E spero ardentemente che il Popolo Italiano, tutto intero, lo desideri con altrettanta fermezza.

E so, con profonda, meditata e documentata convinzione, che questa libertà può esistere, oggi, solo al di fuori delle istituzioni dell’Unione Europea, perché rappresentano ostacoli oggettivi a queste nostre aspirazioni.

E sono anche consapevole di due grossi problemi:

1) non sappiamo bene come si fa ad uscire, e temiamo di rimanere strangolati dal potere di ricatto che esiste, ed è forte;

2) peggio ancora: non sappiamo bene cosa fare, dopo essere usciti.

C’è tanta forza e voglia di fare, nell’aria, ma questi due macigni ci disorientano, ci rendono disuniti e dubbiosi. Dobbiamo quindi frantumarli, i macigni. Ridurli in sassolini e spazzarli via, che intralciano il nostro cammino. Senza indugio. Con pazienza, ma con determinazione. Sapendo che non esistono soluzioni facili e che quindi dobbiamo per forza intraprendere soluzioni difficili, perché libertà e dignità non ce le regala nessuno, hanno un prezzo : il prezzo della nostra responsabilità, il prezzo del  Libero Arbitrio.

Difficile, ma possibile. Liberatorio.

Intanto: uscire si può. Bisogna saperlo. Ci hanno raccontato in tutti i modi che : “è impossibile e se fosse possibile sarebbe comunque talmente pericoloso che direi catastrofico”.  E si contraddicono.  Non solo è possibile: è legale. Previsto e  disciplinato dalla legge. Rispettando, naturalmente, i Trattati.

Avrai notato, fra i 5 scenari previsti dal Libro Bianco della Commissione europea, il numero 2), che prevede un sostanzioso passo indietro.  Lo sanno, quelli che contano, che non può funzionare, che non durerà.

Vediamo la Legge:

Articolo 50 (Trattato sull’Unione europea)
1.   Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione.

Quindi, si può. Legalmente.  Vediamo come si fa (punti successivi dello stesso articolo 50) :

2.   Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. ..

Si decide a casa nostra, si scrive una lettera al Consiglio, e il dado è tratto. Si può fare ed è facile. Facciamolo. La Gran Bretagna lo ha fatto.

Poi si inizia a negoziare, per stabilire che genere di relazioni vogliamo intrattenere con i vicini di casa.  Nessun dubbio a riguardo : smettiamo di chiederlo ai re, alle regine, ai plenipotenziari, ai ricchi ed alla finanza sopra nazionale; chiediamolo al popolo, e la risposta sarà scontata e chiara come acqua di fonte : pace e collaborazione.

Solo i potenti vogliono la guerra. Le Nazioni hanno bisogno di pace, sanno apprezzare la pace.

Forse, un giorno, la Casa Comune Europea, la potremmo desiderare davvero. Certamente più leggera e accogliente: fatta di sane relazioni fra Nazioni sane e responsabili. Le Istituzioni, invece, a metterle in comune, ci confondono.

Quanto dura il processo di negoziazione?  Ce lo dice il punto numero 3 :

3.   I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2…

Quindi, massimo due anni, se non troviamo un accordo di reciproco interesse. Sopravviviamo, due anni? Siamo fra i popoli più ricchi al mondo. Possiamo non solo resistere, ma vivere meglio, da subito, anche durante i negoziati, se useremo correttamente la Libertà che ci siamo ripresa.

Attenzione, attenzione: mentre discutiamo e negoziamo, quello che è certo è che ci riprendiamo - da subito - la nostra libertà di decidere come spendere i nostri soldi, senza dover chiedere il permesso a Bruxelles.

Questo appena enunciato, è il punto focale di tutto : con le leve di governo, la Politica Economica la possiamo governare. E torniamo liberi di metterci dentro tutta l’Etica e la Solidarietà che quei trattati hanno mortificato. Diventiamo capaci e diventiamo potenti. Cioè : Responsabili. Abili a dare risposte. Possiamo tornare a fare quello che oggi è materialmente impedito al Governo e al Parlamento.

Non tirate forse di già, solo al pensiero, un enorme respiro di sollievo? Fatelo: ci sentiremo meglio.

Dal punto di vista tecnico, forse non saremo in grado di chiedere sin dal primo giorno alla Banca d’Italia di emettere Euro nelle quantità desiderate, ma non c’è problema. Se ci è chiaro il concetto che stiamo parlando comunque di “numeri” senza valore intrinseco, che si scrivono su un computer senza costi e senza limiti fisici, state tranquilli che un modo si trova. Eserciti di studiosi stanno preparando soluzioni adeguate.

Per esempio, prendiamo la Cassa Depositi e Prestiti e la trasformiamo in banca, oppure dichiariamo pubblico il MPS (che lo abbiamo pagato a sufficienza, mi pare) e le facciamo partecipare alle operazioni con la BCE, così ci arrivano gli Euro alle stesse condizioni alle quali sono regalati alle banche private
. E lo spread muore! Con tutto il suo potere di odioso ricatto. Elementare, Watson.

Pochi, purtroppo, sanno che la Germania questa cosa la fa. L’ha sempre fatta. Non è vietata. Rileggete l’art 123 del Trattato: alle banche pubbliche la BCE li può dare, gli euro. Allo Stato direttamente, no. Ad altri enti pubblici direttamente, no. Alle banche pubbliche, si. Infatti la Germania ha la sua grande banca pubblica e la usa ampiamente per fare arrivare a disposizione dei cittadini gli Euro emessi dalla BCE, alle condizioni stracciate che usa la BCE.  Pure La Francia lo fa. Noi no. Noi preferiamo che la BCE regali i soldi alle banche private, e poi andiamo dalle banche private e gli chiediamo per favore se ce li prestano alle condizioni infelici  che decidono loro.  Questo è lo spread : differenza fra tassi applicati agli stati dei furbi, e tassi applicati agli stati di coloro che ignorano. (ignorante, è colui che ha l’informazione, ma non la usa).

E’ un peccato che il nostro Governo, proprio ora, voglia privatizzare la Cassa Depositi e Prestiti. Tagliando fuori dal ventaglio delle possibilità quella che sembra così utile e ragionevole. Non dobbiamo fare altro che copiare Germania e Francia!

Se poi la cosa non dovesse essere sufficiente, perché ci servono da subito più soldi, più numeri, ci sono infinite altre strade, percorribili. Per esempio, schiarisci le idee alla Banca d’Italia, le ricordi che è un ente di diritto pubblico, soggetta allo Stato, e le chiedi di iniziare ad emettere Lire, a fianco degli Euro. “Non si può fare!”, Tuonano subito i negoziatori, dall’altra parte del tavolo, ma tu gli rispondi che non stiamo facendo una partita  a scopone scientifico, a quel tavoli lì: ci stiamo riprendendo la nostra libertà, e la nostra dignità. E siccome (concentrati e leggi con calma, che questa cosa è importante) quelle persone sedute attorno a quel tavolo non sono i rappresentanti dei popoli europei, ma i rappresentanti delle élite europee e non solo europee, e un bel po’ di fregature ai loro popoli le hanno date anche loro, vi garantisco che non avranno nessun interesse a lasciarci gridare forte e chiaro che siamo lì per restituire al Popolo Italiano la Libertà e la Dignità che le Istituzioni europee hanno negato e stracciato per tutti i popoli d’Europa.  Ma forse avremo una gran voglia di strillarlo lo stesso, che noi, ai popoli, alle Nazioni, gli vogliamo bene.

Ci sembra troppo complicato? Ci dicono di no? Allora possiamo far circolare, da subito e senza chiedere il permesso a nessuno, i Certificati di Credito Fiscale. Cosa sono? Fate conto che li usi come se fossero euro. E lo potremo fare per tutti i miliardi necessari a fare gli investimenti che piacciono a Noi, non quelli che piacciono alla finanza sopra nazionale. Per creare buon lavoro per chiunque ne abbia voglia, e per dare una bella ripulita al Paese, che s’è sporcato molto, ultimamente. Non entro nel dettaglio tecnico di come funzionano i CCF, o di come si fa circolare la Lira a fianco dell’Euro per un periodo transitorio. Ci sono già tanti tecnici a preparare per benino la cosa, ci presentano un piano di attività, ci tranquillizziamo, carte e leggi alla mano, che si può fare, e si procede. Sono cose fatte più e più volte nella storia in tempi e luoghi diversi. Si può fare!

E’ solo la volontà politica, quella che manca! E il Nostro Coraggio!



Senti, guido: e se nei due anni, mentre negoziamo, dovessimo cambiare idea? Se dovessimo scoprire che l’Europa delle banche si è pentita e vuole davvero cambiare?
 
Tranquilli, c’è l’articolo 48 che ci dice che i Trattati si possono anche modificare, volendo.

Articolo 48

1.   I trattati possono essere modificati conformemente a una procedura di revisione ordinaria. Possono inoltre essere modificati conformemente a procedure di revisione semplificate.

Si può fare. Un bel po’ di burocrazia (descritta nei punti successivi dell’articolo) ma se dovesse servire, tutto si fa.

Ma senza farci prendere in giro, naturalmente, perché lo abbiamo letto il Libro Bianco della Commissione europea e gli scenari di cambiamento che hanno in mente, quei signori lì, sono inquietanti.

Mentre negoziamo, e iniziamo  a spendere i nostri soldi “alternativi”, se cercano di imbrigliarci in proposte poco chiare, li mettiamo subito, subito, con le spalle al muro, facendo una contro proposta semplice, e chiara.

Volete davvero, voi plenipotenziari dei Re e dei Presidenti d’Europa, trasformare l’Europa delle banche e  iniziare a collaborare per l’interesse dei popoli europei ? Perché, se proprio fate sul serio, rivoltiamo come un pedalino l’art 123 del Trattato, e risolviamo, con due righe, almeno il 60 per cento dei problemi dei popoli europei. (perché proprio il 60%? Sai, una cosa “freudiana”, il primo numero verosimile che mi è venuto in mente).

Così :

Nuovo Articolo 123 del Trattato sull’Unione europea.

1.   Sono vietati la concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri (in appresso denominate «banche centrali nazionali»), agli enti creditizi privati di qualsiasi natura.
2.   La concessione di scoperti di conto o qualsiasi altra forma di facilitazione creditizia, da parte della Banca centrale europea o da parte delle banche centrali degli Stati membri è riservata a istituzioni, organi od organismi dell'Unione, alle amministrazioni statali, ed agli enti creditizi di proprietà pubblica.


Tradotto in volgare :

i soldi (i numeri)  della BCE non arrivano più, come oggi, “in regalo” alle banche private e sopra nazionali che poi queste li prestano a condizioni da strozzo agli Stati, agli enti, alle aziende, alle famiglie.

Arrivano, direttamente (in regalo):


- agli Stati, che sono responsabili del loro utilizzo presso gli enti pubblici, le aziende e le famiglie;


- alle banche pubbliche, che sono responsabili del loro utilizzo presso il sistema economico privato (quello dell’economia reale, naturalmente, perché la finanza speculativa la dobbiamo ingabbiare).

Lo accetteranno mai?

Il rischio è che accettino davvero, lasciando però in piedi l’obbligo del pareggio di bilancio: i soldi ce li hai ma, per legge, non li puoi spendere. Ora, dai! Vi rendete conto da soli,  una volta che avete capito che i soldi la BCE li crea senza limiti e senza costi, di quanto sarebbe ridicola l’idea di avere i soldi in tasca, aver bisogno di investirli, e rinunciare a farlo solo perché non sai come mettere quattro numeri in croce su un rendiconto.
Quindi:  intanto iniziamo tranquillamente a spenderli, i nostri soldi, che la nostra contabilità ce la facciamo - e seriamente - da soli. E poi suggeriamo loro, ma per il loro bene, di cancellarla dai trattati quella regola che fa ridere i polli.

Accetteranno mai?

Il “rischio” c’è, anche se basso.  Bisogna esserne consapevoli : leggete con attenzione, nel Libro Bianco della Commissione europea, lo scenario numero 2 : rifocalizzazione sul mercato comune. Che  vuol dire: torniamo a occuparci solo di mercato comune, come era nella Comunità Economica Europea). Non e’ forse evidente che lo hanno capito perfino loro che le cose, messe così, non possono durare?

Se dovessero accettare, però, non è che stiamo tranquilli: si passa subito all’altra proposta, indispensabile a far sì che il “sistema perverso”  (fatto di “rifocalizzazione sul mercato comune) non resti comunque in piedi.

Eccola.

Noi, cari fratelli europei, abbiamo le idee ben chiare: prima vengono le persone, con il loro pieno diritto ad una esistenza libera e dignitosa, e poi, molto dopo, la libertà delle merci e dei capitali di circolare a piacimento. Voi fate pure come volete, raccontatelo voi ai vostri popoli che ritenete capitali e merci più importanti delle persone. Noi, da subito, anzi da ieri, avvertiamo il bisogno di lasciare allo Stato il pieno diritto e la Responsabilità di controllare i capitali e le merci, perché solo quel controllo garantisce la libertà delle persone. Sediamoci a tavolino, e raccontiamoci come le vogliamo controllare insieme, se vi fa piacere.

Lo accetteranno mai?

Molto ma molto più difficile. Probabilità bassissima. Sì, ma se dovesse accadere, che accettano? Beh, avremmo demolito le basi del neoliberismo. Ci potremmo quasi accontentare!

Guido, non la fai un po’ facile? Avevi detto:  “le soluzioni sono difficili, la libertà ha un prezzo”. Certo, ma non avevo ancora specificato che le difficoltà  - quelle vere - non ce le creano gli altri. Sono dentro di noi.


Io, per esempio, non saprei accontentarmi di aver demolito le basi del neoliberismo. Voglio costruire. E ho bisogno di farlo insieme a te, se ti va. Perché le cose fatte insieme, hanno un valore più grande.

Non è fatta di “economia” la risposta ai nostri bisogni profondi . Non è fatta solo di beni materiali.

E’ Politica. Fatta di responsabilità della Politica. Di Libertà, di Dignità, di Indipendenza.

E’ Etica. Fatta di Etica nella Politica (che non sappiamo bene cos’è).

In parole povere : abbiamo bisogno di molto di più di una buona “politica economica”.  Perché quella, al massimo, ci mette a disposizione i “beni materiali”. Ed è vero che qualcuno pensa che “a pancia piena si ragiona meglio”. E noi li rispettiamo. E non solo li rispettiamo: vogliamo organizzare le cose in maniera tale che chiunque voglia ingozzarsi, sia libero di farlo (purché non finisca per prendersi tutta la torta, che allora non dobbiamo cambiare nulla, che già lo può fare). 

Vogliamo vivere, non sopravvivere. Vogliamo il massimo, non ci sappiamo accontentare del minimo.

Per fortuna ci sono altri, e sono sempre di più, che preferiscono mangiare poco e “risuonare” di più, in una società dove non devi abbassare lo sguardo, se incontri il tuo vicino sul pianerottolo, perché cominci a capire che quel vicino di casa è un altro te stesso.  Chiediamo che i diritti di queste persone siano rispettati, in egual misura. Tanto, certe scelte non possono “togliere” niente a nessuno. Anzi, regaleranno a tutti. Quindi le dobbiamo rispettare, e facilitare.

Non possono certo essere imposte, le scelte: le devi apprezzare e, se le apprezzi, le condividi. Ma è tua responsabilità di iniziare il cammino. Se provi a “spingere”, con forza, qualcuno dentro al Paradiso Terrestre, finisce che crei un inferno. Quello ce lo abbiamo già, che lo fai a fare?

Libertà, Responsabilità. Cose serie.



Quello che una buona politica, basata sull’etica, deve fare, non è altro che  “offrire possibilità concrete”.

Poi, il libero arbitrio, resta nelle mani e nelle coscienze degli individui.

Cos’è l’Etica? Che le parole che non conosciamo ci fanno paura, perfino a pronunciarle.

Ti posso solo raccontare quello che per me, è Etica politica; avvertendo che non sono un filosofo, e non sono neppure disciplinato, e neanche istruito, quindi qualcuno dirà: non è vero, l’Etica è un’altra cosa.

Intanto ti dico la mia, che ha una funzione molto pratica.

l’Etica Politica è l’insieme di regole in cui i membri di una collettività si riconoscono, ci risuonano positivamente, le condividono, le riconoscono come giuste e servono ad evitare che i conflitti si risolvano con la violenza, con la forza, con la sopraffazione, con l’imposizione.

L’Etica Politica ti ricorda che se mangi da solo ti strozzi. Condividere è etico.

Se vedi un tuo fratello che affoga, l’Etica Politica ti spinge a salvarlo.

I conflitti ci sono, dentro e fuori di noi; se li ignoriamo, ci scappano di mano e ci scanniamo. Pure il desiderio di ingozzarci, ogni tanto ci assale; poi qualcuno muore di fame. E quando qualcuno è in percolo, se il pericolo rischia di coinvolgerci, finisce che restiamo alla larga ma poi ci asalgono i rimorsi. Per questo abbiamo bisogno di regole etiche.  Per contrastare le nostre debolezze, le nostre fragilità. 

Fossimo forti come dei, che ce ne faremmo mai, della Legge?

La Politica ha a sua disposizione uno strumento che è povero, è limitato, è pensato in teoria ma poi la vita è pratica: la Legge. E’ astratta, la legge.

Tu ce lo puoi pure scrivere nella Legge che devi essere buono.  E ci puoi mettere la sanzione: se noi sei buono, ti punisco.  Ma lo capsici che è un controsenso?

Lo vedi un po’ meglio, ora, che uscire dalla gabbia è l’ultima delle difficoltà? Che la gabbia è immaginaria: è solo nella nostra rassegnazione, nelle nostre paure? Dai Trattati si esce. Dallo spread, dal debito, dalla povertà, possiamo uscire. Basta iniziare a camminare per toccare con mano che le sbarre non esistono. Sono solo nella nostra immaginazione e nelle nostre paure.  Facciamoci coraggio, che insieme si fa presto, e iniziamo a camminare.

Le difficoltà sono altre e sono dentro di noi.

Saremo mai capaci di immaginare una legge che non sia mai ingiusta, nei casi concreti? Io penso proprio di sì: perché quando scegli di camminare oltre la gabbia che non esiste, tutto diviene possibile. E bello. Probabilmente, una legge così, non la puoi scolpire in nessuna pietra: dovremo solo “ascoltarla”, che è già dentro di noi.  Un passo per volta. Forse non noi. forse i nostri figli. Intanto, iniziamo il cammino.



Cosa è l’Indipendenza? Non dipendere da altri: ci fa sentire liberi. Perché desideriamo, ma proprio nel profondo, essere indipendenti?  Perché il bisogno di Libertà ce lo abbiamo scolpito nella materia-energia di cui siamo fatti. E i bisogni profondi vanno assecondati, se vogliamo essere felici.

Allo stesso tempo, la libertà è fatta di responsabilità, perché a tutti gli altri siamo comunque legati.  Forse un giorno riusciremo perfino a superare l’idea di indipendenza, che è un concetto costruito su una negazione : indipendenza  =  “non dipendenti”.

Magari capiremo meglio cosa possa essere “l’Interdipendenza”, che è una cosa che completa la libertà nelle relazioni internazionali mettendo consapevolezza e responsabilità, in quelle relazioni, che oggi sono così pietose e dense di rischi.

Ma possiamo fare un passo per volta.  Dobbiamo fare solo un passo per volta. Questa è la difficoltà, e sta dentro di noi.

Cominciamo con il riprenderci la Libertà, l’Indipendenza, e costruiamo, a casa nostra, una società fatta non solo di buona politica economica, ma di libertà, di responsabilità, di etica.


Torniamo al cammino di uscita.

Tutto si riduce a questo, dunque, nei rapporti con l’UE : negoziare.

Negoziare è una parola vaga. Vediamo di capire meglio di cosa si tratta, e ci sarà più chiaro quali difficoltà ci può creare la controparte, nel negoziato, e quali difficoltà ci possiamo creare da soli. 

Partiamo prima da un esempio che non c’entra nulla, ma ci aiuta a capire le tecniche di una qualunque negoziazione. Tizio vuole comprare un oggetto che possiede Caio. Tizio vuole spendere poco mentre Caio vuole incassare tanto, e qui gli obiettivi delle controparti sono contrastanti, divergenti. Ma Tizio vuole comprare l’oggetto, e Caio lo vuole vendere, e quindi l’obiettivo principale (il motivo per cui si sono seduti attorno a un tavolo) è un obiettivo in comune, è convergente. Si tratta solo di stabilire il prezzo. 

Come si stabilisce il prezzo? Non ci crederai, ma Il valore “reale” dell’oggetto conta molto poco, anzi, quasi per nulla. Contano solo tre cose: la voglia concreta di raggiungere un accordo (che determina se l’accordo si fa o non si fa);  la capacità negoziale dei controparti (che determina quale sarà il prezzo dell’accordo, se favorevole a Tizio o favorevole a Caio); i “limiti”di ognuna delle parti in causa, oltre i quali l’accordo non si può fare.

In pratica : se Tizio ha in tasca 1000 euro, e non di più, non ci può essere nessun accordo con prezzi che vanno da 1001 euro in su:  1000 è il limite di Tizio. Se Caio ha bisogno di 500 euro e non meno, non ci può essere nessun accordo con prezzi inferiori a 500 euro:  500 è il limite di Caio. Detto questo, qualsiasi prezzo compreso fra 500 e 1000 è un buon prezzo, che permette a entrambi di raggiungere l’obiettivo principale: lo scambio. Anche se è chiaro che vicino a 1000 piace più a Caio e vicino a 500 piace più a Tizio.

Allora l’abilità sta tutta lì: riuscire ad indovinare quale è il limite della controparte e spingere verso quel limite. Senza romperlo. Ricordando sempre, ma sempre, che oltre il limite, salta l’accordo, e tutti ci rimettono.

Torniamo al tavolo negoziale con l’Unione Europea, e applichiamo le tecniche.

Quale è l’obiettivo comune, fra noi e loro? Un accordo pacifico. Nessuno vuole la guerra. Almeno per ora, perché ancora non lo abbiamo costruito dentro di noi il tabù della guerra, e se aspettiamo ancora qualche anno (o, peggio, se si va avanti verso scenari di Europa “avanzata” … ) l’esasperazione monta e non è escluso che con animi surriscaldati ci scappi qualche fesseria. Se l’obiettivo è comune, e per ora lo è, un accordo si trova. (E, credetemi, già questo, da solo, sarebbe un ottimo motivo per non rimandare oltre!)

Dobbiamo ora definire gli interessi contrapposti. Quelli della controparte che rischiano di scontrarsi con i nostri. Elenchiamo i principali, che rappresentano la vera posta in gioco. (non li sottolineo, perché sono tutti, indistintamente, molto importanti):

- I  paesi creditori dell’Italia vorranno rassicurazioni sul fatto che pagheremo i nostri debiti con l’estero. E magari li vogliono subito. Qualcuno di noi, magari, suggerisce di non pagarli. Sicuramente non subito.

- I paesi che esportano le loro merci da noi, vogliono continuare a farlo liberamente. Noi potremmo desiderare di ragionarci con calma, su questa licenza di fare.

- I paesi che esportano fuori dall’Italia merci che anche l’Italia produce ed esporta, non vogliono che noi svalutiamo la nostra nuova moneta. Noi potremmo farlo.

- I paesi che competono con il nostro sistema industriale, non vogliono che noi ne costruiamo uno forte e competitivo. Noi dobbiamo farlo.

- I paesi che vogliono un sistema capitalista sono terrorizzati dall’idea che qualcuno dimostri che un altro mondo è possibile. Noi potremmo desiderarlo. Noi lo desideriamo. Noi lo faremo, un mondo completamente nuovo. Piacerà anche a loro.



Ora, la parte più complicata: immaginare quale sia, per ognuno degli interessi in gioco, il loro “limite”, al di sotto del quale non sono più interessati alla pace, ma preferiscono la “guerra” (guerra commerciale, naturalmente, fatta di dispetti, di ricatti, non certo di carri armati).

Dobbiamo anche tenere presente che dall’altra parte del tavolo non ci sono i rappresentanti dei popoli europei. Sicuramente i popoli vorrebbero sempre e solo la pace e non gliene importa niente né dei crediti, né del commercio e tanto meno del capitalismo.

Ci sono, invece, i rappresentanti delle élite nazionali dei vari paesi dell’Unione, che a queste cose ci tengono. Ci sono i rappresentanti della finanza sopra nazionale che, ricordiamolo per inciso, non solo occupa le Istituzioni sopra nazionali, ma ha radici profonde in due Stati, in particolare: gli USA, che sono fuori dall’Unione europea, e la GB, che sta per uscire, magari proprio per questo motivo. A volte le “rappresentanze” dei diversi interessi  (quelli della finanza e quelli nazionali) coincidono, a volte divergono, spesso sono intersecate, sovrapposte in buona parte ma non tutta (altro tema che meriterebbe un libro).

Tutti questi soggetti, sulla questione della guerra, sono un filino più incoscienti, e dobbiamo saperlo.  Ma dobbiamo sapere che anche per loro la guerra è un’ultima spiaggia. Hanno tutti un enorme interesse ad evitarla. Perfino gli Stati Uniti d’America (che sembra che non c’entrano nulla con l’Unione Europea, ma in realtà ci sono dentro per vari motivi, e da sempre), quegli USA che, fra gli altri, si direbbe che per natura siano i più guerrafondai di tutti, preferiscono un buon accordo, per evitare uno scontro con  un paese occidentale che distruggerebbe, da solo, e per sempre, quella immagine di “super potenza del bene” che a noi convince poco, vista da fuori, ma lì dentro, nella società americana, è ancora l’unico pilastro, già vacillante, su cui poggia il potere interno delle sue elite. Cadrebbe per sempre l’immagine di “esportatori di pace e democrazia” nel mondoUna guerra con le armi Non la farebbero mai e poi mai. E dalle guerre commerciali, ci sapremo difendere.

Diamo comunque per scontato che la posizione iniziale della controparte (il loro “limite”) sia quella per noi più sconveniente, così non ci arriviamo impreparati. E vediamo se possiamo sopportarla, se è compatibile con il nostro limite. Se poi li sapremo ammorbidire, tanto di guadagnato. Vediamoli uno per uno, quei punti, e ragioniamo.

Debito estero  (Intanto chiariamo subito che qui non dobbiamo parlare del debito pubblico dell’Italia con gli Italiani. Sono affari nostri e comunque lo dicono le parole che quello Non è un problema). Partiamo da questo debito estero che nella testa degli italiani sembra il più grave e spaventoso dei problemi da risolvere, ma solo perché ci hanno raccontato un sacco di balle, a proposito. Allo stato attuale, gli esteri potrebbero avanzare da noi qualcosa come 700 - 1000 miliardi. Di Euro, non di Lire. Da pagare un po’ per volta, ma da pagare. Dobbiamo non solo essere disposti a pagarli, ma essere “credibili” (cioè essere materialmente in grado di procurarceli, oggi e domani). Se non li paghiamo, ci faranno i dispetti. Vogliamo vivere in pace e dare il buon esempio? Paghiamo.

Li possiamo trovare? La risposta è sì. Assolutamente sì. Già li abbiamo in tasca. Quindi: calma e gesso.

Le famiglie italiane hanno una ricchezza privata (un patrimonio) di gran lunga superiore all’ammontare dell’intero debito pubblico. Senza contare il patrimonio pubblico. Se volessimo, potremmo perfino ripagarlo tutto in una volta, l’intero debito pubblico, nazionale ed estero, e anche più volte e toglierci il pensiero. Questa consapevolezza serve solo a farci stare tranquilli. Non lo facciamo, non lo dobbiamo fare, perché sarebbe una sciocchezza inutile. Non siamo tenuti a farlo, nessuno ce lo chiederà mai. Mille volte meglio ripagare il debito un po’ per volta, con il reddito prodotto, anziché con il patrimonio.  I signori dall’altra parte del tavolo lo sanno perfettamente che se ci riprendiamo le leve di governo dell’economia, noi Stato italiano, la nostra ricchezza nazionale vola, che siamo molto bravi a fare le cose. Talmente bene che da sempre guardano all’Italia come cultura da ammirare, cervelli da attirare e … terra di conquista.

Fare bene attenzione. C’è in giro un sacco di gente per bene che è convinta che quel debito è ingiusto e non è detto che vada ripagato. Ci vorrebbero fare un’Audit (uno studio di controllo approfondito) per “verificare”. Bada bene, potrebbero non avere completamente torto, ma solo in teoria. La pratica, che ci devi convivere, è assai diversa. Quello che non vedono, è una cosa assai più importante e gravissima : se solo inizi a parlare di queste cose, salta l’accordo. Ci puoi giurare. Allora sì che ci fanno la guerra: vola lo Spread, arriva la Troika (che i trattati sono ancora in vigore) e ci sconquassano l’esistenza.

Invece, tu osserva le cose da questo punto di vista, che è molto meno rischioso: vuoi tu controparte le tue buone rassicurazioni che ti restituirò, fino all’ultimo centesimo, i tuoi numeri su un computer, anche scritti nella tua lingua che è l’Euro:  Giuro; te li voglio dare. Te li posso dare. Discutiamo tempi e modi ragionevoli, che tanto a me, i numeri su un computer, interessano poco. Parliamo d’altro.

Non è forse più disarmante?

Questa cosa qui non è una facile battuta. Se dopo aver letto questo Libro pensi che questa sia solo una facile battuta, vuol dire che i miei “segni” sono stati poveri segni, inefficaci. Non è facile spiegare nel dettaglio, senza scrivere un altro libro di economia, come sia possibile soddisfare e conciliare tutti gli  interessi in gioco. E’ sicuramente possibile soddisfare i principali.

In estrema sintesi:  con gli investimenti  si produce ricchezza. Tutti gli economisti lo sanno. Se gli investimenti sono fatti bene, producono due effetti: fanno crescere il benessere reale, mentre fanno crescere anche la ricchezza finanziaria (non quella speculativa) che viene registrata nella contabilità nazionale, e ci permette di abbattere il Debito/PIL  ed il Debito estero veramente e senza traumi.
E’ questo che desiderano: ce lo hanno scritto nei Trattati. Solo, che lo facciamo a modo nostro: altro che Riforme Strutturali!

Cosa vuol dire investimenti “fatti bene”? Devono essere pensati per produrre le cose che ci mancano e soddisfano i bisogni urgenti (così è sicuro che le vendi); devi distribuire equamente il valore della produzione, aumentando al massimo il potere d’acquisto delle famiglie (se no nessuno compra quello che hai prodotto); ti devi sforzare di produrre a casa quello che ti serve, perché se lo compri dall’estero, poi in cambio gli devi dare qualcosa e - oggi come oggi - potremmo farlo (vendere all’estero) solo “diventando più competitivi”, quindi tagliando i salari e quindi impoverendo l’economia domestica e, per di più, impiegando tempo ed energie per fare cose che interessano altri mentre non riusciamo a fare quelle che interessano a Noi.

Dobbiamo anche scegliere, ognuno di Noi, di rinunciare a comprare gli sfizi che arrivano dall’estero, almeno fino a quando non ci siamo messi in pari con i conti. Questo lo può fare ognuno di noi, perfino da oggi,e  senza chiedere il permesso a nessuno. Meditate gente, meditate, mentre comprate la maglia cinese o la Porche!

Siamo solo noi il problema, ma ci arriviamo.

Libero commercio.  Qui ci dobbiamo capire bene. Tu America stai chiudendo le frontiere e vuoi che io le mantenga aperte? Tu Germania ti eri impegnata nei Trattati a contenere il tuo sbilancio commerciale con l’estero? Ti eri impegnata a coordinare le politiche economiche? E invece hai potuto accumulare un surplus commerciale enorme e vergognoso (non lo dovevi fare) solo perché hai svalutato i salari interni a danno del tuo popolo e senza coordinarti con gli altri paesi (non lo dovevi fare); ed ora mi chiedi di mantenere le frontiere aperte non già per le tue persone, che quelle sono sempre benvenute, ma per le tue merci? I tuoi capitali? Costruite muri, abolite Shengen, bloccate le persone e chiedete a me di tenere le frontiere aperte per merci e capitali? Nossignori. Non se ne parla. Parliamo, invece, di qualcosa di assai più ragionevole. Le persone circolano, le merci e i capitali no. Ma sappiate che a noi il commercio interessa, al Popolo italiano il commercio interessa. Tanto quanto ai vostri popoli. Decidiamo, insieme, cosa volete vendere e cosa volete comprare e, assodato che dare e avere fra le merci scambiate devono essere in pareggio (non i numeri, bada bene: le merci scambiate, perché questo,  e solo questo, è il punto), un accordo lo troviamo, che è sicuramente un grosso interesse in comune. Purché le merci siano di interesse dei rispettivi popoli. Ok mi devo fare gli affari miei e non immischiarmi nei vostri. Rettifico : purché le merci che vendo non servano al mio popolo e le merci che compro siano utili al mio popolo. Sappiatelo. E’ il nostro limite.

Svalutare la moneta.  E dai, sfatiamo un paio di miti. Mito Uno, che la svalutazione sia una tragedia. Ma anche Mito Due, che sia importante uscire dall’Euro con lo scopo principale di svalutare la Lira. Macchissenefrega. Sapete quanto ha svalutato e rivalutato l’Euro nei confronti del dollaro o della sterlina o dello yen, nel corso di questi quindici anni? E’ passato da 1,20 a 0,80 a 1,60 e di nuovo a 1. Signori, parliamo anche del 100% di variazione del cambio e nessuno se ne è accorto. Nessuno è morto. E neppure si è dimezzato o duplicato l’interscambio con gli Usa, in seguito a quei movimenti. Effetti limitati. Un tempo, ci volevano 600 lire per un dollaro, e poi 2000 lire (che vuol dire una svalutazione del 300%!) e poi di nuovo mille, e nessuno è morto, per questo. L’immaginario collettivo, nel quale rientrano anche molti professoroni, ritiene che come si muove il cambio così si aggiustano i rapporti del commercio con l’estero. Muovi una leva, gira una rotella. Sono vittime di una abbaglio: osservi, e tocchi con mano che è falso. L’abbaglio, probabilmente, dipende da un fattore profondamente ficcato nel cervello occidentale: lasciamo fare al mercato, e speriamo che le cose si aggiustino da sole. Svalutiamo, e la bilancia commerciale si aggiusta da sola. Nossignore: la storia ci dice il contrario. La bilancia si aggiusta se ci stai attento e intervieni. Modificare il cambio produce sì, effetti sulla bilancia commerciale, anche importanti, lo so bene, ma troppo lentamente e molto faticosamente. Invece, produce molti effetti immediati (meno studiati) sui conti degli speculatori. Qualcuno si arricchisce e qualcun altro ha problemi.  Torniamo piuttosto a leggere il punto precedente, sul commercio con l’estero, e la soluzione ritorna chiara, come acqua di fonte: una volta chiarito che sono importanti le merci che ci vogliamo scambiare, e che queste merci si devono equivalere, quelle che io do a te e quelle che tu dai a me, diventa chiaro che l’aspetto monetario è secondario, marginale, minimale. Vuoi trovare un accordo? Lo troviamo. Una svalutazione del cambio del quindici per cento, del venti per cento, dovesse servire, vale forse una guerra? Maddai, facciamola subito (una piccola svalutazione, non certo la guerra) che serve a sanare gli errori del passato, e parliamo d’altro.

Sistema industriale qui le cose si complicano.  Ci tengono parecchio, gli altri, a non permettere all’Italia di avere un serio sistema industriale. La dobbiamo capire, questa cosa qui. Sempre per quella storia che vogliamo essere “competitivi”. I parametri di Maastricht li hanno inventati per quello: per obbligarci a smantellare le Partecipazioni Statali (magari è difficile dimostrare l’intenzione, ma gli effetti sono chiarissimi e direttamente ricollegabili alle cause). Quel sistema unico al mondo - avevamo un Ministero dedicato - che vedeva i capitali dello stato, affiancati dai capitali dei privati, investiti in tutti i settori strategici della produzione : energia, acciaio, impiantistica, trasporti, banche, armamenti. Quasi tutto ciò che era grande, in Italia, apparteneva a questo sistema. Affiancato dalle piccole e medie imprese. Quelle private. Altro gioiello studiato all’estero.  Tutto perso, o quasi.  Le partecipazioni statali le abbiamo svendute per fare cassa. Per rientrare nei parametri di Maastricht (numeri  privi di alcun significato economico). I privati che hanno comprato le aziende pubbliche, (quelli che dovevano essere più efficienti solo perché privati) invece di seguire la produzione, visto l’affare, hanno preferito spezzettare il tutto; venderlo a pezzi; hanno preso i soldi e sono svaniti. Lasciando cenere dietro di se. Oh si, ci sono sicuramente eccezioni. Confermano la regola. Le grandi industrie di stato non ci sono più, e neanche quelle private.

E quanto alle piccole e medie imprese, con il divieto di aiuti di stato (che altri stati applicano indisturbati); senza la spalla delle grandi aziende pubbliche (all’estero ancora ce ne sono); dentro la gabbia di una moneta unica sopravvalutata (per altri, la stessa moneta, è sottovalutata); sotto il peso di una burocrazia ottusa e insistente che è raddoppiata (italiana ed europea); con un sistema fiscale insostenibile e oppressivo; con le banche private che hanno smesso di sostenerle e invece le strozzano … come facciano ancora a sopravvivere, nessuno lo sa. Genio italico. Pensate di cosa sarebbero capaci con soltanto un piccolo aiutino! Ecco. E’ esattamente questo che temono le èlite industriali dei paesi competitori. La nostra innata capacità di fare impresa. E’ ora di rispolverare un po’ di orgoglio nazionale!

Ora, però, ricordiamoci anche che siamo seduti ad un tavolo negoziale ufficiale e sotto i riflettori. Di queste cose non si parlerà neppure. Nessuno oserà dire chiaramente che non gli fa piacere che l’Italia si ricostruisca un sistema industriale.

Quello che è importante sapere, è che dentro gli accordi qualche pillola velenosa proveranno a mettercela, e se a rappresentarci a quel tavolo negoziale ci saranno persone con le idee poco chiare, qualche rischio lo corriamo davvero.
Concludendo: quel sistema (più o meno) industriale che ci piacerà fare, siamo disposti a difenderlo con le unghie e con i denti. E’ il nostro limite.



Il sistema capitalista Dieci libri, non uno, si potrebbero scrivere sull’energia impiegata dai capitalisti per imporre il capitalismo e per demonizzare qualsiasi forma di politica economica ad esso contraria. Magari è più che sufficiente l’ultimo libro di Noam Chomsky  (Chi sono i padroni del mondo, Editore Ponte alle Grazie, 2016.

E’ successo che le forze della storia (ma molto, molto di più: le forze della propaganda), hanno sepolto,  con la caduta del muro di berlino l’ideologia comunista. E’ ora che crolli qualche altro muro, magari a Bruxelles, per seppellire l’ideologia capitalista.

Gli scricchiolii sono intorno a noi. Io sono personalmente convinto che non siamo vicinissimi ma neppure lontani dal momento in cui nella consapevolezza diffusa delle masse entri chiaramente l’idea, incontestabile a chi apre i suoi occhi in maniera disincantata, che il capitalismo è intrinsecamente nemico della Libertà e della dignità degli esseri umani.

Ma qui non stiamo parlando di filosofia. Seduti a quel tavolo negoziale, abbiamo solo il compito, molto pratico ed anche molto semplice, di non far innervosire inutilmente le contro parti, magari affermando che usciamo per fare uno stato comunista che vuole entrare nell’orbita sovietica.  Perché di certo non è quello che vogliamo.

Quello che vogliamo, invece, e di sicuro, è la nostra indipendenza, la nostra libertà, che siamo persone responsabili. 

E’ certamente venuto il tempo, per l’Italia, di cancellare quelle regole, scritte e non dette, che considerano l’Italia un Paese a sovranità limitata. Lo diremo forte e chiaro.

Riassumendo : nessun ostacolo insormontabile. Ma neppure una passeggiata.

E questo vuol dire una cosa sola : a quel tavolo, se ci arriviamo, ci dobbiamo mandare gente con le palle, con le idee chiare e la coscienza pulita.  Guai a mandarci dei rappresentanti della vecchia classe politica e tanto meno dei ragazzini impreparati e senza spina dorsale. Diciamocelo con franchezza: osserviamo in maniera disincantata il teatrino delle figure politiche che oggi si danno il cambio nelle tv di stato ed in quelle private e si affannano a intrattenerci su temi del piffero pur di non parlar delle cose serie. Onestamente, non mi sentirei affatto tranquillo ad essere rappresentato da uno di quelli.

E’ utile, è urgente, è improrogabile, fare in modo che emerga al più presto qualche alternativa seria, equilibrata, preparata, dotata di spirito di servizio, che ce n’è un immenso bisogno. Bisogna lavorarci e subito, perché le cose accadono prima dei nostri comodi. Le mura scricchiolano, e cadranno con o senza di noi. Abbiamo la responsabilità di scegliere se arrivarci preparati, o comodamente seduti davanti a quella stupida TV, ad osservare ipocritamente guerre che sembrano finte, ma le stanno facendo i nostri soldati.



Passiamo al secondo punto : per fare cosa, una volta usciti ?

Avere le idee chiare, a riguardo; capire cosa vogliamo fare da grandi; è estremamente importante per una lunga serie di motivi, dei quali indichiamo solo i principali:

- la scelta di uscire ti appare molto meno preoccupante, se non hai la sensazione di fare un salto nel buio, ma hai già deciso dove vuoi andare;

- negoziamo in maniera molto più efficace, se abbiamo le idee più chiare. Chiare, sulle cose che ci importano veramente e quelle che ci importano di meno;

- scoprire di avere una meta in comune, unisce. Avere obiettivi e aspirazioni in comune con altri, aggrega. E l’unione fa la forza, te lo insegnano alle elementari. Sentirsi uniti per un nobile scopo in comune, eleva a potenza le energie disponibili. Sposta le montagne.

In questi anni ho discusso personalmente con una marea di persone e gruppi e associazioni che, per un verso o nell’altro, si sono impegnate a disegnare, ma anche a cominciare a costruire, un mondo migliore. E, gira che ti rigira, alla fine ti accorgi che ci sono molte idee e aspirazioni comuni, trasversali, condivise, che ritrovi più o meno in tutti i diversi contesti; quelle cose potenzialmente uniscono. Ed altre cose, altre idee, altre aspirazioni, che sono più o meno uniche, diverse; quelle cose rischiano di separare.

Una idea generalmente sottovalutata e addirittura contrastata, è la seguente: le cose che uniscono sono molte, ma molte di più di quelle che separano.
Divide et impera, dicevano i romani, che di imperi se ne intendevano; tieni divisi i popoli, e fai un impero. Impedisci agli altri di unirsi, ed avrai il Potere. Che Non è il Servizio alla Comunità, il Potere: è il suo contrario. Se il Potere ci vuole divisi, è chiaro che dobbiamo unirci. Se vuoi unire le persone, però, ti devi schiarire le idee su un aspetto importante : lascia fuori i giochi di potere. Quelli uccidono le migliori intenzioni!

Un buon modo per capire se una persona o un gruppo sono interessate al Potere, oppure a migliorare il benessere collettivo, con spirito di servizio, è questo: più mettono l’accento sulle cose che dividono, più sono interessate al Potere; più mettono l’accento sulle cose che uniscono, e più sono interessate al benessere collettivo. Che nella società ci siano interessi, gusti ed obbiettivi diversi, è scontato, inevitabile e, diciamocelo, addirittura bello. Altrimenti, sai che monotonia.

Ma bisogna adottare un principio di sana convivenza : le cose condivise che tutti le vogliono, meritano priorità: vengono prima, non ci puoi rinunciare. Le cose diverse, che piacciono a qualcuno sì e a qualcuno no, non è che non sono importanti e non meritano rispetto ed attenzione: semplicemente, vengono dopo. 

Patti chiari, amicizia lunga: se si deve scegliere, si rispettano prima le esigenze che hanno tutti, dopo quelle dei singoli. Fateci caso, la società contemporanea ci dice esattamente il contrario.


Proviamo ora a mettere finalmente in fila le cose che in questi anni ho ritrovato più o meno dappertutto, fra le cose da fare.

Nota bene: non sono mica tutte mie, le idee e le proposte che descrivo di seguito. Le idee non hanno padrone, come ti vuol far credere l’ipocrisia dei “diritti di autore”. Io le ho solo messe insieme, in un quadro armonico, pensando a come ognuna possa influire sull’altra, per disegnare una società che “offre a tutti possibilità concrete”, instaurando meccanismi che rendano facili le scelte che, mentre fanno bene agli individui, fanno bene a tutti. E altre che rendono invece più difficili le scelte che fanno il bene di pochi, procurando danni agli altri. Senza imporre. Offrendo un sostegno. Libertà, Responsabilità.

Una volta che hai restituito allo Stato il pieno controllo delle leve di governo della Politica Economica, vediamo come possiamo usarle. Esercitiamo, finalmente, il nostro Libero Arbitrio che, lo abbiamo capito ormai tutti, richiede Responsabilità.

Abbiamo una montagna di cose belle e cose urgenti da fare, persone che si avviliscono e arrugginiscono nell’ozio forzato e cervelli che sono fuggiti altrove, che qui non c’era più nulla da fare perché mancavano i soldi, mancavano i numeri. Ora li abbiamo, rimettiamo in moto la macchina. Direzione: avanti (che di cose utili da produrre ne abbiamo urgente bisogno), a sinistra (che le classi deboli debbono recuperare un bel po’ del terreno perso). Ma non facciamoci trarre in inganno dalle etichette, che se no ci confondiamo.

Ci sono i poveri ed i disoccupati, mentre le imprese chiudono. Ora possiamo aiutarli. Tutti. Ne abbiamo la Responsabilità (abilità a dare risposte). Cosa desiderano? Cosa sono disposti a fare, responsabilmente? Tutti?

C’è chi desidera un buon lavoro (cominciamo da loro, poi vediamo gli altri), perché nel lavoro vede realizzata la sua Libertà e Dignità e, Responsabilmente, è disposto a lavorare; è disposto a lavorare bene. Naturalmente, non un lavoro da schiavi, perché se no ci siamo presi in giro! Che ce le siamo prese a fare le leve di governo per lasciare le cose come prima? Lo capite, no, che non dobbiamo più prenderci in giro e che la Responsabilità o è di tutti, o è di nessuno?  Ci sono le macchine. Possiamo lavorare poco, lavorare bene, lavorare tutti  (quelli che lo vogliono).

Sappiate una cosa che già sapete : dietro una qualsiasi “scienza economica” che vi dice che di lavoro non ce n’è più e la disoccupazione è un male necessario, c’è qualche buontempone che si è inventata questa stupidaggine per trarre un vantaggio personale (o di categoria) dalla vostra disoccupazione e dalla vostra rassegnazione.  E c’è tanta gente che ripete a pappagallo, senza capire. E il fatto che quello che ha capito tutto abbia dieci laure, tre master e ve lo dica in giacca e cravatta direttamente dalla TV, non fa di lui una persona migliore. Solo più in mala fede. Non può non sapere.

Il lavoro non c’è, non ci può essere, solo se lasci fare al mercato! Allora sì che diventa vero: il bisogno irrefrenabile del capitale di accumularsi, produce meccanicamente disoccupazione.

Facciamo un incantesimo : Liberismo economico = Disoccupazione (raccontatelo in giro).

Che cosa ci produciamo con questo lavoro? Posto che dovrebbe essere abbastanza chiaro che se lasciamo fare al mercato, quello ci rifila cose inutili che buttiamo nella spazzatura che poi ci avvelena pure l’acqua e non sappiamo più dove metterla; cosa ne dite di parlarne prima fra noi? Proviamo a concentrarci su cosa ci manca, partendo dall’essenziale. Ricordate?  Aria ed acqua pulite, cibo sano, vestiti confortevoli, una casa comoda e graziosa, energia pulita per le (poche) macchine veramente utili, del tempo libero per le cose belle del nostro spirito, la condivisione fraterna. Poi, se non sei sazio, gli sfizi.



Abbiamo le cose essenziali? Direi proprio di no. Osserva, e rifletti. L’aria è inquinata e l’acqua non solo è inquinata ma pure scarsa, in molte zone, mentre si perde per strada negli acquedotti bucati. Il cibo industriale è tossico ed insipido, confonde a tal punto il nostro metabolismo con tutte quelle porcate chimiche che ci scappano il diabete, le allergie e le intolleranze, probabilmente il Parkinson e l’Alzaimer, quando non il tumore! I vestiti, che una volta li facevamo con fibre naturali ed erano belli e ricchi e duravano una vita ed erano comodi,  ora sono tutti artificiali, colorati con colori cinesi che ti fanno venire le bolle e si distruggono dopo pochi mesi. Le case di cemento armato che guardi certi quartieri in certe città e ti viene da piangere, con quello squallore. Cemento che si sfalda dopo cento anni. Nel paese della malta degli ingegneri romani che ancora tiene in piedi costruzioni fatte duemila anni fa!  Per non parlare delle cose belle dello spirito. Allora qualcosa da fare c’è, eccome se c’è. Forse, fin troppo.

Aria . Possiamo ripensare il modo di spostarci nelle città e nel paese. Quello attuale, che abbiamo scelto, fra traffico e inquinamento, è sicuramente il più deficiente di tutti. Se ci vedesse uno qualunque di quei selvaggi che abbiamo sterminato per costruire le nostre civitas gli verrebbe da ridere per quanto siamo deficienti, se non gli venisse da piangere nel vedere in nome di cosa lo abbiamo ucciso, prima fisicamente e poi culturalmente, lui, il selvaggio, noi, i civili, persi nel traffico delle nostre città. Allora, sicuramente, se proprio vogliamo vivere in città (io no, ma molti si) ha molto senso finanziare (con i numeri che dormono nel cassetto) dei centri di ricerca dotati di tutte le migliori tecnologie dove mettere a lavorare i nostri ingegneri e ricercatori per sviluppare macchine più efficienti (efficienti = che trasportano di più con meno dispersione di energia e meno scorie tossiche). Non ci vuole uno scienziato per capirlo. Ed infatti lo sanno pure i nostri politici che sicuramente scienziati non sono ma lo dicono sempre che nella ricerca si deve investire. Però, aggiungono, non ci sono i soldi. Non ci sono i numeri. Quindi ti suggeriscono di andare all’estero. A fare che? A fare ricerca per le multinazionali. Togliamoceli di torno, questi ignoranti, ed il problema dei soldi si risolve, e non ci sono più scuse per non fare le cose che lo sanno anche i sassi che vanno fatte.

Non avremo mai sufficientemente chiara l’idea di quante energie positive si possono sviluppare a mettere insieme, in un ambiente favorevole, dei cervelli che tendono ad un obiettivo comune.

Persone, esseri umani per natura collaborativi, messi in un ambiente dove Non si richiede loro di competere per dimostrare chi è il più bravo, con la paura che se non lo dimostri sarai messo fuori dalla trasmissione e fuori dalla vita. Che non sei lì per giocare, ma per farci vivere tutti in maniera migliore.  Non sei pagato profumatamente per far fare profitti privati all’azienda privata che vuole vendere una macchina e non gliene può importare di meno se quella macchina inquina. Talmente poco che - è dimostrato - preferisce investire in trucchi per confondere i controlli, piuttosto che in motori che inquinano di meno. La scienza lo sa: l’energia è infinita. L’energia è pulita. Siamo noi che siamo diventati sporchi, ma possiamo lavarci. E noi siamo energia. C’è una scintilla divina, dentro ognuno di noi. Mettiamo insieme le scintille divine - fuori dalla logica della competizione e del profitto privato - e faremo cose da dio: perfino poche macchine e motori puliti.

Acqua. Gli acquedotti sono bucati. Ripariamoli, invece di comprare acqua minerale privata che è stupido. Migliaia e migliaia di kilometri di acquedotti da sistemare. L’ingegneria idraulica ce l’abbiamo nel dna, non dobbiamo inventarla. Ci sono degli acquedotti vecchi di duemila anni costruiti dagli antichi romani che sono ancora in funzione. Le sappiamo fare, le cose. Facciamole bene. I fiumi esondano, le montagne franano, le dighe crollano. Bisogna mettere in sicurezza idrogeologica il territorio italiano. Si può fare? Si deve fare! E’ urgente. Pulire gli alvei dei fiumi dal cemento che ci abbiamo infilato, da apprendisti stregoni. La natura lo sa quello che va fatto, osserva, sperimenta, impara. Pianta degli alberi sulle coste delle montagne, non tagliarli indiscriminatamente, ci vuole tanto?  Ci vuole solo la disponibilità e la responsabilità di persone che lo vogliano fare. Questo è un buon lavoro.

Cibo. Torniamo a spezzare i latifondi che una volta erano nobiliari, poi sono stati spezzati e distribuiti alla borghesia (al grido di terra ai contadini!) ma sono riapparsi sotto la spinta della logica industriale, che per accumulare profitti deve avere sterminate monoculture. Togliamo le campagne alla logica del profitto. E scopriamo che, davvero, possiamo mangiare divinamente.  Noi Italiani che la nostra cucina ce la invidiano tutti.

Me ne intendo: sono un gran cuoco, eh! Chi ha frequentato La Locanda del Tempo te lo può confermare. Ti garantisco, dunque, per esperienza personale, che tutti quegli chef più o meno master che ci propinano in tutte le salse di tutte le trasmissioni del mondo piatti e pietanze con molta forma e poca sostanza per cercare di convincerci che dobbiamo mangiare molto, ma molto, ricercato e raffinato per poter apprezzare i piaceri del palato, tutti messi insieme, dicevo, non saranno mai in grado di eguagliare il sapore unico e irripetibile di una semplice bacca selvatica; e neppure dell’insalatina e del pomodoro che ti sei coltivato nel tuo orto, se ti sei limitato a far fare alla natura.

Se ti è mai capitato di mangiare, a casa di amici o in un ristorante, una cosa che non mangiavi da tempo e ci hai ritrovato, con immenso piacere e sorpresa, il sapore di una volta, quello delle cose che mangiavi da bambino, a casa di tua madre; allora ti puoi fare un’idea del perché una bacca selvatica ha quell’immenso, unico sapore: perché sono milioni di anni che la mangiamo. Ci ricorda i sapori dei nostri antenati. E’ parte di noi. Siamo cresciuti e ci siamo evoluti insieme, nei secoli, nei millenni. Ed è sempre eguale nel suo sapore antico ma anche sempre diversa; perché la terra, il suolo, dove la pianta che la produce affonda le radici, se non lo hai ucciso con la chimica delle multinazionali, è infinitamente ricco e sempre diverso.

Si può restituire la vita alla Terra? Sì, certo, bisogna farlo, con amore e rispetto. Senza chimica, né concimi, né diserbanti, né pesticidi o anticrittogamici. Senza macchine che quelle schiacciano il terreno, lo rendono asfittico e uccidono la vita. Respira, il suolo dove crescono le piante, lo sapevi? Te lo insegna, la scuola delle multinazionali, che devi camminare con leggerezza e con rispetto, sul sacro suolo della madre Terra, mentre lei respira? Se entri in un bosco ed ascolti, lo scopri da solo. Certe informazioni, la natura, trova il modo divino di fartele entrare direttamente nel cuore. Devi solo ascoltare. La scienza di chi sa ascoltare ha dimostrato che si possono rinverdire i deserti, semplicemente lasciando sul terreno centinaia di semi diversi racchiusi in palline di argilla, e lasciando che la natura segua il suo corso.

Un campo coltivato con la logica dell’agricoltura naturale è meno produttivo di un campo coltivato con la logica industriale? Sì, ma solo se ti ostini a rimanere nella logica brevissima  e stupida dell’economia di rapina. Allora sì, bisogna dircelo, per onestà intellettuale. Non ce la fai ad accumulare enormi  profitti con l’agricoltura naturale. Ma che te le prendi a fare le leve di governo, se poi vuoi lasciare le cose come stanno?  Vuoi accumulare profitti? Resta nell’Unione Europea ed inizia a competere, se ti riesce: è lì per quello. Vuoi diventare un essere umano Libero, Dignitoso, Responsabile? Non puoi accumulare profitti.

Ma vuoi dire, guido, che devo mangiare di meno? Nossignore. Ci si mangia più che a sufficienza, con l’agricoltura naturale e con una enorme soddisfazione in più.  Ce n’è per tutti. Quello che viene a mancare, al massimo, ammesso e non concesso, è solo una parte di quel trenta per cento in più che oggi produce l’agricoltura industriale ma finisce nelle discariche. E siccome tu sei peggio di San Tommaso, che voleva toccare con mano, per poter credere, facciamo così: ci arriviamo piano, piano, ad una conversione totale. Così ci sarà più facile trovarci tutti d’accordo. Procediamo con ordine e, mano a mano che tocchiamo con mano i risultati, facciamo un passo più in là.

Potrei anche dirti che con mille metri coltivati a permacultura fatta bene ci si produce quanto un ettaro coltivato ad agricoltura industriale, ma tanto tu non mi crederesti, quindi aspetto paziente. Intanto, guarda qui se ti va : un documentario davvero interessante : Domani

Cominciamo col dire che, comunque, nel frattempo, da subito, parte un piano che obbliga tutte le aziende agricole domestiche (nazionali e straniere che usano il suolo patrio, che è del Popolo Italiano), indistintamente, con tappe annuali ed entro cinque anni, a trasformarsi, a scelta : in agricoltura naturale, agricoltura biodinamica, agricoltura biologica. E con questo passo otteniamo immediatamente due obiettivi importantissimi.  1) Eliminiamo molte tossine dai nostri cibi, dalla Terra, e dall’acqua: perché inquinano l’acqua, quelle cose lì e poi ne consumano quantità sconcertanti per diluire i veleni nel suolo e farli assorbire dalle piante. 2) Risparmiamo una cifra importante che pesa oggi negativamente e strutturalmente nella bilancia commerciale. Pochi sanno infatti che una voce pesantemente negativa della bilancia commerciale con l’estero è proprio quella di tutte queste porcate chimiche (concimi, pesticidi, ma anche macchine per utilizzarli) che compriamo all’estero per intossicare la nostra Terra patria e il nostro cibo.

Ristrutturiamo l’agricoltura, che questa cosa crea una buona occupazione, fatta da meno macchine e da più persone che, se vogliono, non devono sgobbare, ma praticano l’agricoltura del non fare. Può essere davvero affascinante, questo lavoro qui che non è un lavoro, ma armonia, collaborazione, risonanza.
Contemporaneamente, diamo le terre incolte in gestione a famiglie e comunità disposte a praticare l’agricoltura naturale. Ma di questo ne parliamo dopo.

Vestiti. Quelli belli, l’alta moda, il grandioso stile italiano, vestiti fatti con stoffe pregiate che più sono naturali  e più sono pregiate, quelli li esportiamo. Quei vestiti li facciamo in Italia ma se li mettono gli stranieri. E noi? Noi ci compriamo e ci mettiamo i vestiti cinesi, o giù di li, fatti con fibre sintetiche, economiche e tanto tossiche quanto scomode, perché siccome stiamo diventando competitivi, possiamo permetterci solo quelli.  Se questa cosa vi sembra poco intelligente, avete ragione: è decisamente sciocca. Allora dovete convenire con me ed i tanti che lo dicono: bisogna proprio rimettere mano, e profondamente, al commercio con l’estero ed alla libertà di movimento dei capitali e delle merci perché, lasciando fare ai mercati, ci rifilano le sole. Se smettiamo di competere con i cinesi per vedere chi è più bravo a fare la maglietta usa e getta al prezzo più basso, che poi con quella ci dobbiamo vestire, torniamo a scoprire che possiamo vestirci comodamente ed elegantemente con la seta, la canapa, il cotone, la lana, il lino, e perfino la ginestra, per i più raffinati, con tessuti preparati ed abiti confezionati da fabbriche italiane. Le migliori del mondo.  Facciamo in modo che non abbiano più la licenza di de localizzare, queste fabbriche qui, che è da cretini, concederglielo.


A proposito di tessuti e di fibre, ti rendi conto di come potrebbe essere usata in maniera più intelligente la nostra agricoltura, in sinergia con l’industria tessile e quella dell’abbigliamento?

Case. Potremmo vivere, tutti, se solo lo desiderassimo veramente, in una casa di uno o due piani, magari con una torretta che arriva al terzo piano per dare sfogo alla nostra voglia di infinito, a far spaziare lo sguardo sul Paesaggio della nostra incantevole Italia. Con stanze sufficienti ad accogliere noi e la nostra famiglia, ma anche i genitori anziani, che non è bello metterli negli ospizi; e le famiglie dei figli, se loro lo desiderano. Servizi igienici a sufficienza; una comoda cucina col camino, che fa da soggiorno ed è talmente ampia che ci si mangia tutti assieme, o una stanza da pranzo che a me sa sprecata ma a qualcuno può piacere;  uno studio, una sala hobby, la cantina, il garage, la stanza per gli ospiti.

 Fatta di che? Fatta di mattoni, di terra cotta, fatta di legno, fatta di pietra fatta perfino di terra cruda e di paglia (ne ho viste di incantevoli, se vuoi controllare di persona e goderti comunque un’esperienza indimenticabile, fatti un giro qui: a Panta Rei). Tutti materiali ecologici, sostenibili, salubri perché fanno respirare la casa e sono compatibili con l’efficienza energetica (che, naturalmente, completi con doppi vetri e infissi di buon legno). Insomma: tutto tranne che il cemento armato, perché quello non è buono, non è salubre, non è efficiente e serve principalmente a far arricchire i cementieri.

Si può costruire con criteri antisismici (che da noi  terremoti ci sono sempre stati e sempre ce ne saranno), molto meglio senza il cemento armato, e puntando sull’elasticità e la leggerezza della struttura, piuttosto che sulla sua rigidità e solidità. I giapponesi lo sanno, che loro di terremoti che sconquassano sono più esperti di noi.

Attorno a questa casa ci può essere l’orto, il giardino, il frutteto, il prato ed il bosco, oppure altre case, più o meno vicine. Questione di gusti.  Mica deve essere tutto uguale!

Piacerebbe a pochi o a molti una soluzione del genere?

Sai quante di questa case giacciono abbandonate in Italia? Se le vengono a comprare i ricchi tedeschi, olandesi, americani, russi, cinesi. E le rimettono a nuovo, mentre noi le lasciamo marcire!

Ho girato molto  e conosciuto molte persone. Penso di poter affermare che moltissimi lo preferirebbero, se potessero, rispetto all’alternativa che oggi ci propone la società del profitto: un appartamento dentro un alveare di cemento armato, di sei o venti piani, fatta per massimo quattro persone ma anche per una sola persona, con un monolocale dove c’è tutto, ma proprio tutto, magari un po’ stretto ma ti accoglie e ti permette di evitare di incontrare il prossimo. Tanto, se lo incontri sul pianerottolo, dopo averlo gentilmente salutato, guardi in basso e fai finta che non esista. E resti concentrato sulla tua solitudine, che tu hai scelto, ma te la prendi con questo mondo di schifo. Il coniuge lo hai lasciato, i genitori se sono vivi sono in una casa per anziani, lontano dagli occhi, o nella casa di tua sorella, che tanto ci parli poco; i figli hanno la loro vita e girano il mondo; gli amici, sì ci sono, ma sono lontani che per vederli c’è tutto quel traffico.

Come sono fatte le case, e lo stile di vita di chi le abita, sono cose immensamente legate. Se sei solo a rimurginare i tuoi guai, difficilmente cambi il mondo e neppure te stesso. Se vivi in un luogo che ti spinge ad incontrare il tuo prossimo, che magari scopri che è tuo fratello, e che anche lui non desidera altro, esattamente come te, che incontrare qualcuno, può sembrarti un po’ invadente, ma può cambiarti la vita. Ed il mondo.

Fosse per me non ci sarebbero dubbi: butterei  giù un bel po’ di città (almeno nei quartieri squallidi) e ridarei vita a tanti dei nostri borghi svuotati, dove vivere può essere vivere e non sopravvivere. O direttamente in campagna. Ma tutti i gusti sono gusti e vanno rispettati dal profondo.

Intanto, le case che ci sono, le possiamo rendere migliori? Certo, le possiamo ristrutturare per renderle antisismiche ed energeticamente efficienti. Ce n’è da fare, in Italia, solo per questo, o no?

Vogliamo parlare ora del patrimonio culturale italiano, che cade a pezzi perché ci hanno raccontato che non ci sono i soldi. Valorizzare il patrimonio culturale tradotto in volgare vuol dire metterci le mani, spolverarlo, renderlo sicuro, renderlo usufruibile cioè pronto all’uso e, appunto, usarlo. C’è una scienza per valorizzare il patrimonio culturale. Mia figlia ci si è laureata. C’è una montagna di gente, nel mondo, che non vedrebbe l’ora di venire a sborsare montagne di soldi per visitare le nostre meraviglie, se solo abbassassimo un po’ i prezzi che con l’Euro siamo diventati cari; se solo lasciassimo i monumenti ed i musei aperti, invece di farli cadere in pezzi e nascondere le chiavi; se ci fossero i nostri figli a valorizzarle e poi ad illustrarle, quelle meraviglie, invece di lasciarli a casa, disoccupati, sottooccupati, inoccupati o neet.  Pensa alla valuta estera che entra e che usiamo per comprare all’estero le cose che ci mancano.  C’è altro da dire?

A proposito di case e di città. Prendiamo Taranto, per fare un esempio, così ci rendiamo conto immediatamente della follia assoluta di aver concepito prima e realizzato poi una grande industria a impatto ambientale così devastante, ficcata dentro le case della gente, immersa e intrecciata nel tessuto urbano. Se ti ci metti a tavolino, a sforzarti di immaginare in'idea più stupida di quella, è veramente difficile che possa riuscirci. Ora non si sa come fare. Perché, ci dicono, non ci sono più i soldi. Se, invece, i soldi ci sono, e noi lo sappiamo che ci sono, non finiscono mai, per le cose buone, allora puoi fare l'unica cosa sensata: smonti l'acciaieria e, se proprio ci serve l'acciaio, la rimonti in un luogo più adatto, ben fuori della città. Studiato  appositamente per evitare l'impatto ambientale che prevenire è meglio che curare. Questo è il significato vero di "responsabilità sociale dell'impresa". Altro che bilanci sociali pieni di ipocrisie. Metti i cervelli a pensare, e le soluzioni escono. E mentre qualcuno rimonta l'acciaieria con criteri pensati per rispettare la terra e per fare l'acciaio, non per fare soldi, che i soldi non hanno valore, qualcun altro prima studia e poi realizza un piano di bonifica della città. Ma non un piano qualunque, che non è più tempo di prenderci in giro. Io voglio tornare non solo a mangiare le cozze tarantine, che le mangiavo da bambino ed erano squisite (mi fanno sapere a riguardo che è già possibile, evviva! Guarda in questo link il progetto avanzato). Voglio godermi le bellezze naturali e storiche di quel paesaggio, insieme ad i suoi abitanti. Vuoi fartene un'idea? Guarda questo video. E poi approfondisci in questa pagina dedicata quante belle idee possono nascono dall'amore dei cittadini che si organizzano per valorizzare il loro territorio!
Ai nostri figli, un mondo pulito, in eredità, glielo vogliamo lasciare? Non è forse infinitamente più importante di un appartamento e di un conto in banca? Quanti siti industriali da bonificare ci sono, dentro e fuori delle nostre città?

Energia. Incentivando, pur fra mille polemiche e dubbi, la produzione diffusa di energia solare, ne abbiamo fatto una realtà. Attaccati alla rete, tutti questi pannelli - che si sarebbero pure potuti mettere con più criterio, ma intanto quelli ci sono - limitano il nostro bisogno di petrolio e di gas. Che noi ne abbiamo poco di petrolio e di gas e li dobbiamo comprare all’estero. Magari c’è da verificare meglio in Val d’Agri, cosa succede, ma davvero vogliamo continuare a fare lo cose di plastica?. Invece di sole ne abbiamo tanto, che chist’ è o paese d’o sole. Lo potremmo esportare, il sole. Potremmo anche rendere più efficienti i nuovi pannelli se la smettessimo di lasciare quella porta aperta dalla quale entrano tutti questi pannelli cinesi che costano poco ma valgono poco e che hanno fatto chiudere tante fabbriche italiane. Ne sappiamo fare di migliori. Facciamolo. Poi c’è l’eolico. C’è a chi piacciono quelle pale e a chi non piacciono, le pale eoliche. Per esempio a mia moglie sì, a me no, tutti i gusti sono gusti. (A me, l’Unione Europea, con quella storia che se non ti piacciono ci mette un poliziotto  a fartele piacere, me ne ha fatto passare la voglia, così, per ripicca. Ma le ripicche sono stupide). Intanto, è sicuro che se ne possono fare di piccole e diffuse. E poi, ricordiamolo: tutto è energia. Mettiamo tanti cervelli in una stanza ben fornita a pensare, invece di esportarli, senza preoccuparci oggi dei profitti, e vedrete che di scoperte ne faremo di più, non certo di meno, che la logica di mercato, per sua natura, è impaziente e scarta tutto quello che il profitto non te lo da subito.

Pensando, pensando, intanto si fanno macchine che ne usano di meno, di energia che, a quanto mi dicono, lavorandoci su, si può risparmiare anche il 30% dell’intera energia consumata in un anno.


La scuola. Può insegnarci le “competenze” (e cioè a fare le cose) oppure le “conoscenze” ( e cioè: perché una cosa si fa e perché si fa in quel modo e non in un altro e siamo proprio sicuri che è quello che vogliamo dalla vita?). Sono cose diverse. Può insegnarci le buone maniere, quelle necessarie a sopravvivere omologati nella società dei consumi, e renderci docili cittadini lavoratori, pronti a competere e disponibili a diventare sempre più competitivi, per conquistarci il diritto di consumare di più. Oggi si sforza di farlo, è quello che fa, prevalentemente, a meno che non ti capiti la fortuna di incontrare un maestro di vita che per fortuna ce ne sono tanti; ma ancora non a sufficienza. Può insegnare ad alcuni di noi, i migliori di noi, quelli destinati a diventare classe dirigente, ad indurire il cuore; l’inglese; a delegare. Per diventare manager e conquistare il diritto di consumare il superfluo ed il Potere. Oppure può ricordarci che c’è una scintilla divina in ognuno di noi. Una Potente scintilla divina, che se non la sai riconoscere hai un senso di vuoto e cerchi di riempirlo con il Potere ed i consumi, ma non sono la stessa cosa. Neanche lontanamente. Abissalmente lontani e più ne hai e più ne cerchi e più ti allontani dalla Potenza Divina dell’Amore che è dentro di Noi e ha bisogno di riconoscersi in Voi e non ne puoi fare a meno. La stessa scintilla divina; eguale in ognuno di noi. Senza differenza di classe, di sesso, di razza e quant’altro. Può ricordarci , la scuola, che siamo fatti della stessa materia-energia che è in ogni corpo, ogni organo, ogni tessuto, ogni cellula, ogni molecola, ogni atomo, ogni particella infinitamente piccola che conosciamo e quelle che non conosciamo e che, sprofondando nell’immensamente piccolo sfociamo nell’immensamente grande, perché anche i pianeti e le stelle e le galassie e gli universi sono fatti della stessa, identica, materia-energia. E l’energia è amore. E’ risonanza. E’ esattamente la stessa materia-energia delle piante e degli animali e dei minerali che noi distinguiamo perché li abbiamo classificati immaginando di tirare una linea che se ti guardi intorno fuori dai libri che abbiamo scritto non c’è, quella linea. Non ci può essere. Perché siamo Dio, siamo Natura. E allora che ce le facciamo a fare le guerre invece di goderci la meraviglia dell’universo che solo a guardare un fiore, un piccolo fiore, puoi rimanere incantato per un giorno intero. Può insegnarci la storia delle guerre, la scuola; le guerre dei re e delle regine, oppure può insegnarci la storia dei popoli e delle nazioni che abbiamo cancellato dalla faccia della terra, perché selvaggi. Può insegnarci la cultura dei popoli selvaggi che “conoscono” la Natura senza spezzarla e scriverla sui libri perché si sentono natura e per questo non gli passa proprio per la testa di classificarla e violentarla  e sfruttarla. Negli anni, Nei secoli. Nei millenni. Per milioni di anni. Fino a che Noi con la nostra “civiltà” non li abbiamo scacciati dalla selva per distruggere la selva per costruire le nostre città dove ci sono i monumenti dei Re e dei potenti ma ci sono anche le baracche dei poveri e le case di cemento dei borghesi ed il fumo puzzolente delle macchine  e delle fabbriche e delle montagne di discariche dove marcisce il cibo che abbiamo sottratto a chi muore di fame per il nostro bisogno insaziabile di ingozzarci di cose che ci rovinano la salute. Fanno infinitamente più schifo di una capanna di fango e di paglia costruita con la natura nella natura, ma noi ci sentiamo talmente superiori e civili che ci viene normale averli cancellati dalla faccia della terra e continuare a farlo. Può insegnarci, la scuola, cosa sono la Libertà, la Dignità, la Responsabilità e ricordarci che sono dentro di noi ma le dobbiamo tirare fuori per farle valere. Può insegnarci ad amare, o ad odiare. A pretendere la giustizia o a sopportare l’ingiustizia. A usare la ragione o ad addormentare la ragione. A far finta che il re sia vestito, quando lo vediamo nudo o a gridare forte che è nudo. A chiuderci in noi stessi o a cercare gli altri. Dipende da noi, solo da noi, come la vogliamo fare.
Libera. Curiosa. Aperta. E responsabile.

Si potrebbe continuare, con le cose da fare per parlare del digitale (ma l’Unione Europa te ne fa quasi avere paura, se poi serve per Eurogendfor), delle infrastrutture in genere, della sanità, del mare, del turismo, delle macchine che ci fanno risparmiare il tempo … ma non serve.  Lo scopo di questo libro non è quello di fare un programma esaustivo. Serve solo a far capire che l’unica cosa veramente scarsa, al momento, è la volontà politica. E il coraggio di ognuno di noi. Siamo Noi, l’unico vero problema da affrontare e risolvere. Si può fare.

Insomma, di cose da fare, è evidente, ce ne sono fin troppe che non bastiamo noi e tutti gli immigrati messi insieme. Altro che scarsità del lavoro. 

Quanto agli immigrati, dico solo questo, che se n’è già straparlato fin troppo. Non sono "buoni", quelli che accolgono gli immigrati e li vogliono "integrare" : non rende forse infelici anche noi questo sistema nel quale ci troviamo sin troppo integrati? Non sono "cattivi", quelli che li respingono : sono disperati, e confusi. Forse sbagliano, quelli che li vogliono "aiutare a casa loro" : come possiamo farlo, se non sappiamo bene come aiutare noi stessi?



Dobbiamo domandarci perché vogliono venire proprio qui, in mezzo a noi, in quello che a noi stessi appare un luogo sempre meno attraente e dal quale, sempre più spesso, desidereremmo scappare lontano.



Da cosa scappano? Scappano dalle loro elite corrotte, ma non sono forse i governi  dei potenti (non solo occidentali) che corrompono le loro elite corrotte col solo scopo di proteggere gli interessi delle grandi aziende sopra nazionali, in un mondo dove di "comune" fra est ed ovest c'è solo una globale adorazione del capitale?  Non dovremmo allora emigrare in massa anche noi, per fuggire dalle nostre elite che non sono affatto migliori? Per andare dove?



Scappare dai problemi non risolve i problemi.


Mettiamo piuttosto ordine a casa nostra, perché ce n'è un immenso bisogno. E lasciamo ogni nazione - ogni nazione - libera di sbrigarsi le proprie vicende a casa sua. Instaurando buoni rapporti con tutti. Perché la libertà è responsabilità, e l'Indipendenza delle Nazioni, è scritta nel libro dei diritti.

Viviamo in un tempo in cui si aprono possibilità, e sta ad ognuno di noi sforzarsi di indirizzarle per il verso giusto. Succede oggi che Foreign Affairs (la rivista delle elite americane), ragionando su cosa comporti l'elezione di Trump, apra a possibilità inaspettate :

" l'ordine internazionale ha bisogno di riposare non solo sul consenso delle elite e sugli equilibri di potere e della politica ma, anche, sulle libere scelte delle comunità nazionali. Comunità che hanno bisogno di sentirsi protette dal mondo esterno e vogliono trarre benefici da un loro impegno con il mondo esterno ".

Se lo hanno capito perfino loro, allora veramente, oggi possiamo dirlo: un altro mondo è possibile.


Magari li rimpiangeremo. Gli immigrati. Sicuramente li rimpiangeremo, dovessero davvero scegliere di non venire più a trovarci. Speriamo che qualcuno desideri ancora incontrarci. Se togliamo i nostro soldati e le nostre multinazionali, e ci andiamo di persona, dopo aver tolto i soldati e le multinazionali, a casa loro, a vedere come altro si può vivere, su questa Terra, magari potremmo imparare qualcosa. E’ importante vedere le cose da prospettive diverse. Ma fino a quando ci sono i nostri soldati e le nostre multinazionali, vedremmo ben poco. Vedremmo solo morte (perché i soldati uccidono, sono pagati per quello) e devastazione (perché le multinazionali hanno bisogno di devastare, per accumulare profitti).  E così non ci passa più per la testa di andarci, ora che ci sono i nostri soldati e le nostre multinazionali. Peccato.

Quanto al lavoro, credetemi, altro che scarsità: sarà assai più difficile riuscire a ricordarci che non dobbiamo permettere al lavoro di portarci via il nostro tempo, che è sacro. Se no, di che Libertà stiamo parlando? Bastano quattro o cinque ore al giorno? Dipende da cosa vogliamo dalla vita. Se vuoi accumulare cose, le cose ti prendono l’anima e ti ritrovi a lavorare come uno schiavo. Se è altro, quello che ti da soddisfazione, forse tre ore sono troppe. Ognuno deve avere la possibilità, concreta, di scegliere. Responsabilmente.

Che stipendio, per il lavoro? Visto che l’idea terribilmente comunista di uno stipendio uguale per tutti ci spaventa (non me, che sarei decisamente favorevole non al comunismo, ma ad uno stipendio eguale per tutti sì; e non la propongo perché sono consapevole che si tratta di un’idea che deve maturare dentro, nessuno te la può imporre; quindi aspetto paziente), stabiliamo un criterio accettabile. Il più alto non può essere più alto del doppio del più basso. Troppo poco, per il tuo insaziabile egoismo? Parliamone. Non è uno scioglilingua, ma una scelta talmente equilibrata che andrebbe scolpita nella roccia (magari nella Costituzione). Equilibrata nel senso che impedisce gli squilibri. Ci spinge potentemente in direzione della pace sociale e ci indica la strada della felicità (a saperla vedere).  Intanto, con questo criterio sei sicuro che lo stipendio più basso è, Meccanicamente, almeno sufficiente a garantire, esattamente come vuole la Costituzione, una esistenza libera e dignitosa per sé e per la propria famiglia, proprio a tutti. È un criterio Meccanico e Potente. Infatti, siccome è probabile che siano le élite a fare le regole per stabilire, caso per caso, come si ripartisce il valore aggiunto dal lavoro nei vari sistemi produttivi; quelle élite insaziabili che vogliono sempre avere di più e confondono i soldi che non valgono nulla con la ricchezza; con questa regola, pensata anche per il loro bene, ogni tentativo di guadagnare di più si traduce, meccanicamente, in un aumento di stipendio degli ultimi. E’ come se provassero a sollevarsi da terra tirandosi su, con le proprie mani, afferrandosi  per i capelli. Sforzo inutile. Talmente inutile e sciocco che smetterebbero subito.   E chi lo può dire se, una volta che hanno scoperto che non è avendo più soldi che possono essere felici (che i soldi non valgono nulla), tornati con i piedi per terra, magari decidano anche loro di iniziare a cercare qui, sulla terra, il Paradiso Terrestre!


Guarda, che con questo sistema, i ricchi non è che spariscono. Rifletti: i prezzi dei beni di lusso, ammesso che tu sia interessato, non sono legati al valore intrinseco dei beni di lusso. Sono legati alla quantità di soldi che tu, ricco, puoi spendere. Se il più ricco della città può spendere solo 1000, l’unico diamante della città costerà 1000. Non può, materialmente, costare di più. Se invece può spendere un milione, costerà un milione, non di meno. Sempre ammesso che tu voglia restare affascinato da questa ricchezza materiale, anche se il tuo stipendio è solo il doppio dello stipendio degli ultimi, tu puoi sempre comprarti il tuo prezioso diamante anche con quello stipendio (… dai diamanti non nasce nientedallo sterco nascono i fior…  chi la cantava? Un grande!). 


La differenza, però, e mi sembra importante, è che mentre tu ti compri il diamante, tutti gli altri hanno una concreta possibilità di vivere in maniera libera e dignitosa.


Come si fa con gli autonomi, i professionisti, gli imprenditori? Non hanno uno stipendio! E poi lavorano tanto e corrono rischi. Più rischi di un minatore? Più di un operaio in un cantiere edile? Di cosa stiamo parlando? Avete davvero la faccia tosta di voler osare un confronto fra questi rischi? Facciamo così: voi guadagnate tutto quello che volete, se ne siete capaci. E usate pure le regole del libero mercato, in concorrenza perfetta però, perché quella farlocca ci ha stufato. Quello che guadagnate di troppo, che poi fa male alla salute, se lo vengono a prendere le tasse in una maniera così leggera che sarà un piacere perfino per voi.

Guarda: lo dice anche la nostra Costituzione, abbastanza chiaramente, come vanno fatte, le tasse.



Una riforma del sistema fiscale.  Fra le proposte intelligenti che ho incontrato e che sto semplicemente riepilogando in questo libricino ce n’è una stupenda. Una proposta mirabile nella sua semplicità e lucidità. La riforma fiscale ex articolo 53 della Costituzione. Qui trovi l'idea originale, sul sito della Associazione articolo 53. 


Leggi la Costituzione:

ART. 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Intanto confronta queste due righe succinte (dove, a leggerle bene, capisci subito di cosa parli e ci trovi racchiusa tutta la saggezza di chi ha capito l’importanza della pace sociale) con le cinquecento pagine dei trattati scritti per non farti capire dove sta la fregatura. Questa è legge scritta dal popolo per il popolo.



Si applica così : si aboliscono tutte le tasse diverse dall’IRPEF: tributi, accise, balzelli vari, tutti, tranne l’IVA, che ci serve per fare la contabilità ed i controlli. EVVIVA! E’ un miracolo? No, si può fare. 

Rimane un’unica imposta personale sul reddito che raccoglie e somma tutti i tipi di reddito (reddito da terreni, da fabbricati, da lavoro dipendente, da lavoro autonomo, da capitali). E fa giustizia, con un colpo solo, dei privilegi e delle ingiustizie e delle follie che oggi ci attanagliano e, soprattutto, ci dividono e ci mettono gli uni contro gli altri. La cifra che esce fuori è il reddito totale della persona. 

Dal reddito totale si detraggono tutte le spese necessarie a garantire una esistenza libera e dignitosa, e si ottiene il reddito imponibile, sul quale si applicano le aliquote per determinare l’imposta. E’ questa, infatti, la tua vera “capacità contributiva”: reddito meno tutte le spese necessarie. I lavori preparatori della Costituzione sono chiarissimi a riguardo. Le aliquote che si applicano sulla parte residua, sono progressive: salgono rapidamente, in maniera esponenziale, per garantire che se guadagni molto, anche moltissimo, a noi va bene, te lo permettiamo. Per il tuo bene, però, per evitare che certe altezze ti diano alla testa e ti possa sentire un po’ troppo elevato al di sopra dei comuni mortali, coi piedi per terra ti ci riportiamo noi. Con aliquote fortemente progressive.
 
Nota bene : per poter dimostrare, io cittadino qualunque, che ho sostenuto spese necessarie e che quindi ho diritto a detrarle dal reddito, devo procurarmi gli scontrini fiscali. In questo modo è chiaro che l’evasione sparisce. Si dissolve nel nulla, diventa davvero marginale. E perfino le aliquote dell’IVA, a quel punto, le puoi tranquillamente abbassare. Drasticamente.

Tutti, ma proprio tutti, ci guadagnano (perfino i più ricchi, i furbi di oggi che guadagnano in maniera esorbitante e non pagano le tasse perché il sistema è concepito proprio per permettere l’evasione). Giustizia sociale. Ma bada bene: non è che non si evade più per via degli scontrini. E’ che non c’è proprio più bisogno di evadere le tasse se sono poche, chiare, giuste e tutti capiscono allora che è giusto pagarle.
 
E’ follia? E’ rivoluzione? Cominciamo col dire che negli anni settanta le aliquote più elevate delle imposte sul reddito oscillavano nel mondo occidentale fra il 75% italiano e il 90% degli Stati Uniti d’America (l’America si sa, fa sempre le cose in grande). Hai capito bene ? Negli USA dei ricchi i ricchi pagavano anche il 90% di tasse sul reddito, sissignore, e stai tranquillo che erano sempre ricchi e si sentivano ricchi. Facciamolo. Voi ricchi sarete sempre materialmente ricchi. Noi poveri ci accontentiamo del Paradiso Terrestre, e della Giustizia Sociale, invece di fare la rivoluzione, che fra poco, altrimenti, ci scappa davvero.

Poi resta l’imposta di successione, da rivedere. Vedremo. E arrivano i dazi, se servono, ma quelli non vanno a pescare nelle tasche dei cittadini.

Apriamo una parentesi importante. Nota bene: sono sparite le imposte di qualsiasi tipo sulle imprese. Tranne l’IVA, che serve sostanzialmente a modulare e orientare produzione e consumi verso le cose che servono maggiormente alla collettività; a distinguere i beni necessari dagli sfizi e dal lusso; a garantire le registrazioni contabili. Le aliquote vanno certamente abbassate, anche se gradualmente.

La dobbiamo vedere, questa cosa, dal punto di vista interno, e da quello dei rapporti con l’estero.

Per le imprese di cittadini singoli o associati residenti, non ha senso tassare le attività di impresa, che complicano estremamente le cose, fanno passare la voglia di fare, e non danno alla collettività nessun serio vantaggio. Quelle di oggi, ricordalo: servono solo a prelevare dall’economia reale e pagare interessi  alla finanza. E noi questa cosa non la vogliamo permettere più.  Non si tassa il reddito prodotto dall’attività, ma il reddito confluisce nella dichiarazione delle persone fisiche, e viene tassato come tale: con l’irpef.

E le società di capitali, i redditi non distribuiti? Niet, Kaputt, fine, basta. L'accumulazione del capitale non è uno scopo socialmete riconosciuto in una società che vuole mettere al suo centro la libertà e la responsabilità delle persone umane. Quindi: niente più limitazioni di responsabilità. Niente più società di capitali.

Quanto alle imprese straniere, apri bene le orecchie. Chi ci ha raccontato che “bisogna attirare capitali esteri”, diciamo che era confuso. Diciamo che l’ha fatto in buona fede, ma non ha valutato attentamente le conseguenze. Perché il capitale estero che viene in Italia non viene qui per amore dell’Italia e degli Italiani: viene per prendersi le nostre ricchezze (prima quelle finanziarie, poi quelle reali). E ci rende schiavi, e più poveri. Fa quello che sa fare, il capitale: accumula profitti. E siccome è straniero, i profitti se li riporta in patria. E ci lascia più poveri, perché quei profitti sono usciti dalle nostre tasche. E se ne vanno all'estero. E quando si stufa, che fa, il capitale estero? Smonta tutto, se ne torna a casa, licenzia tutti, e ci lascia le scorie velenose nel nostro sacro suolo.

Lo capite che non è una cosa intelligente?

Quindi, tornando alle tasse sulle imprese. Se si sparge la voce che in Italia le imprese non pagano le tasse, si forma una fila di multinazionali che vogliono investire da noi lunga mille kilometri. Ma noi non li vogliamo, perché abbiamo capito che è una sciocchezza.

Come li trattiamo? Con una regola semplice e chiara: Vuoi venire ad investire in Italia? Parliamone! Fammi vedere cosa produci, come lo produci, come tratti il lavoro dipendente. 


Non ci piace, quello che vuoi fare e come lo vuoi fare? Niente autorizzazione.



Ci piace, quello che fai, come lo fai? Ok. Firma qui: ti trasformi in una società di persone, che quelle di capitali diventano irresponsabili e noi abbiamo capito che la responsabilità è una cosa tanto seria che la scriviamo nelle leggi. Poi diventi cittadino italiano perché se vieni qui vuol dire che questo paese ti piace e ne vuoi fare parte. Poi firmi qui, che se cambi idea, per carità, sei libero di andartene, dove vuoi, quando vuoi, ma lasci tutto qui. Tutto pulito, e tutto in ordine.  Rifletti: sembra folle, ma è una soluzione drammaticamente efficace : seleziona i “migliori”.


Torniamo un attimo all’articolo 53: c’è comunque un piccolo refuso nell’articolo 53 della Costituzione, altrimenti perfetto. Un refuso che è necessario chiarire, altrimenti questa proposta ti sembra stupida e irrealizzabile, mentre ti stai domandando : sì, ma il debito pubblico con che lo ripaghi? La spesa pubblica con che la paghi, se hai eliminato tutte le altre tasse e balzelli? Credimi: tasse e balzelli così complicati servono, materialmente, solo ad alimentare la burocrazia. E a confonderci le idee. Abbiamo davvero bisogno della burocrazia che poi ci sbatte la porta in faccia a noi popolo sovrano? NO, non ne abbiamo bisogno. Potremmo decimarla, ma non per mettere le persone in mezzo alla strada (come vorrebbero fare le Riforme Strutturali). Piuttosto, per fare le cose belle che vogliamo fare, che un lavoro, se lo volete, si trova per tutti. SE non lo volete … ne parliamo dopo.



Intanto torniamo al “refuso”: l’articolo dice che : “ Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche…”. 



Si rischia, così, di creare una pericolosa illusione (un incantesimo): che le tasse siano necessarie per concorrere  a “sostenere la spesa pubblica”. Che lo Stato, per poter spendere una lira, debba prendere i soldi dalle tasche dei cittadini. E’ una idea sbagliata. Lo ha dimostrato ampiamente il sistema finanziario privato e sopra nazionale che i soldi sono numeri. Loro per spendere non li prendono dalle tasche dei cittadini. Creano numeri su computer che puoi creare (scrivere) e spendere (scrivere nei conti degli altri) come e quando ti pare, senza limiti,senza costi. Ma l’inflazione? Che fai ricominciamo? L’inflazione la tieni a bada con le tasse. Se sale l’inflazione e ti da il prurito, alzi l’IVA, o l’irpef, togli un po’ di numeri dalla circolazione, e l’inflazione, come per magia, scende.  Elementare, Watson. Si può fare. Le tasse servono a quello: ad evitare l’inflazione e a garantire la giustizia sociale.

Le vere difficoltà, sono solo dentro noi stessi. 

Riflessione : queste proposte, Signore e signori, sono delle vere e proprie Riforme Strutturali Popolari, Democratiche. Pensa un po’. E siccome sono pensate da Noi e sono pensate per farci stare meglio, hanno una proprietà magica. Pensa, infatti, a cosa può produrre tutto questo “buon lavoro” svolto in un quadro di Libertà di scelta, di Giustizia Sociale, di Solidarietà, con Spirito Collaborativo. Che ti viene da farlo con Amore! Questo lavoro che non è più un lavoro da schiavi di quelli che fai controvoglia, perché questo lo hai scelto, e non te lo impone nessuno.

Può produrre una cosa molto importante. Guarda.

Mentre ci procura le cose di cui abbiamo primariamente bisogno per vivere una esistenza libera e dignitosa, fa crescere il PIL. Ma un PIL umano, stavolta, che ci siamo scelti noi, non quello fatto dai profitti sporchi di sangue delle multinazionali (sarebbe anzi da cambiargli il nome, e qualcuno lo ha già proposto). Il PIL non solo cresce se facciamo anche solo la metà delle cose indicate: il PIL vola. E siccome i soldi per fare gli investimenti non li abbiamo chiesti in prestito agli strozzini, il rapporto debito /PIL si aggiusta da solo. Hai capito bene?Altro che sacrifici, altro che licenziamenti facili, altro che tagli alle pensioni, altro che privatizzazioni dei servizi pubblici, altro che svendita del patrimonio pubblico. ALTRO CHE CESSIONI dI SOVRANITA’!

Bada bene : a me non me ne importa nulla, né del PIL e tanto meno del debito/PIL, perché mi è chiarissima l’idea che sono solo scritture contabili : registrano quello che facciamo. Se le inseguiamo, quelle registrazioni, ci ritroviamo a fare il contrario : facciamo le cose per poterle  registrare. Poi ci credo che il mondo va storto.

 Ma siccome queste cose qui sono state ficcate molto ma molto profondamente nei nostri cervelli, e molti hanno ancora paura a liberarsene, voglio solo dimostrare che è possibile, è facile, è liberatorio, farli quadrare questi conti, anche senza devastare la società.

Guarda: l’unica preoccupazione è che cresce talmente bene, quel PIL, mentre il  debito scende, che qualche invidioso ci vorrà imitare.  Ben venga, che gli amici li vogliamo e ci piace l’idea di condividere.
 
E con il PIL che cresce, mentre siamo felici, ci ripaghiamo tutti i debiti che ci pare. Che i numeri ci avanzano.

Tutto quadra.



Passiamo ad altro, che non abbiamo finito. Siamo sicuri che abbiamo bisogno, sempre e comunque, di industrie per fare le cose?

Perché, a guardare bene, abbiamo fatto sparire gli artigiani (qualcuno nelle riserve indiane ancora lo trovi). Quelli che avevano l’Arte di fare le cose, e li abbiamo sostituti con le industrie. Le industrie le abbiamo messe in un contesto altamente competitivo e fanno quello che possono : tagliano la qualità del prodotto; tagliano il costo del lavoro; ignorano i costi ambientali ma per legittima difesa perché, se li sostengono, non possono matematicamente riuscire a competere con gli altri che non si fanno scrupoli e se necessario vanno nei paesi dove nessuno gli rompe le scatole a produrre; programmano l’obsolescenza programmata dei loro prodotti, pensati per durare poco e infatti durano poco. Così li butti e ne ricompri di nuovi.  Questo fanno le industrie. Non so se hai notato la cosa più grave di tutte : trasformano le persone libere in persone “dipendenti” (i lavoratori, nelle industrie, sono persone dipendenti, non libere).

Ditemi voi se non siamo scemi. Quindi: meno industrie e più artigianato. Quello degli artigiani è un lavoro libero. Almeno, sta a te: è compatibile con la libertà (la libertà te la devi scegliere, non te la regala nessuno e nessuno può importela). Te lo dice la parola che, nel lavoro dipendente, dipendi da altri. A qualcuno piace, a qualcuno no.

Paura: avremo meno cose da consumare? No necessariamente. Dipende dalle nostre scelte. Intanto, guarda bene: quelle che abbiamo oggi le disprezziamo a tal punto che non vediamo l’ora di buttarle nelle discariche, che abbiamo la casa e la cantina piena di cose che non sappiamo più dove metterle. Ne avremo di buone, invece, con l’artigianato. Fatte bene, pensate per durare. E allora capiremo meglio che la ricchezza (quella materiale) è fatta “dal patrimonio”, da quello che abbiamo e che “ci serve” e che dura nel tempo. Lo capite quanto è più importante del “reddito” che per produrlo finisce che noi, divenuti dipendenti, diventiamo schiavi delle cose che dobbiamo produrle e non le possiamo neppure comprare! E’ banale. Facciamolo. Un grande piano di finanziamenti per la rinascita delle arti e dell’artigianato. Quella è buona occupazione. Squisitamente Italiana.

Tranquilli. Non è che spariscono le industrie. Per certe cose servono, e certe persone sono pure felici di lavorarci, se trattate con rispetto.


Per quelli, poi che sul concetto di lavoro hanno le idee ancora più chiare, perfino degli artigiani (sono ancora pochi ma, credetemi, si moltiplicheranno), ricordiamo che proprio lì, dietro l’angolo, se solo decidiamo di entrarci, c’è il Paradiso Terrestre.

L’avevamo lasciato in sospeso … il Paradiso Terrestre. Riprendiamolo.  Le Fattorie del Paradiso Terrestre.

Avevamo detto che, da subito, possiamo dare le terre incolte e i borghi abbandonati in gestione a famiglie e comunità disposte a praticare l’agricoltura naturale, e questo ci serve per capire, per toccare con mano, fino a che punto l’agricoltura naturale è veramente sostenibile sul piano economico e, soprattutto, se è sufficiente per nutrirci, bene, e tutti: tutta la popolazione.

Che l’agricoltura naturale sia più che sufficiente a nutrire meravigliosamente bene quelli che la praticano, è un dato già assodato da infiniti esperimenti in giro per il globo. Dobbiamo far toccare con mano ai vari san Tommaso di cui l’Italia è piena che ci si può far mangiare, e bene, tutto il Paese. Quindi, da metterci in piedi un progetto “scientifico” (osserva, sperimenta, impara). Di terre incolte ce ne sono una marea, una discreta percentuale dei  13 milioni di ettari di superficie agricola utilizzabile in Italia. Vedrai che quando imponi a tutti di rinunciare alla chimica entro cinque anni, molti si convertiranno all’agricoltura naturale, biodinamica o biologica. Qualcun altro, invece, deciderà di abbandonare (che, magari, ci guadagnava solo per i contributi comunitari) e quindi qualche altro terreno oggi destinato a coltivazioni industriali intensive, si libererà.  Pensa ai borghi italiani meraviglioso e abbandonati!  Quanti ce ne sono? Possono ancora tornare a vivere. Cerchiamoli. Anche di gente disposta a sperimentare se ne trova.  E se il progetto lo fai seriamente la fila si allunga, anche troppo.

Chiarito che NON DEVONO COMPETERE CON LE AZIENDE AGRICOLE AMERICANE O CINESI, ma devono solo aiutarci a capire se possiamo procurarci un buon cibo, certe scelte vengono da sé.

 Va fatto il censimento delle terre disponibili e lo tieni aggiornato. In alcune zone è già cominciato perché ci sono leggi locali che vanno in questa direzione .

Il terreno glielo dai in concessione gratuita. Bada bene: nessun regalo, nessuna proprietà. Demanio indisponibile. La Terra è di tutti. Non storcere il muso: è una cosa seria!

Apriamo un inciso su questo argomento della Proprietà che, parlando di Paradiso Terrestre, capita proprio a fagiolo.  Ve lo immaginate nel Paradiso Terrestre un cartello, appeso alla recinzione di un pezzo di terra, con su scritto: “Proprietà Privata”?  Lo capite da soli che stona, no! Ma ancora non lo desiderate a sufficienza, di  vivere nel Paradiso terrestre, per poter arrivare a desiderare di abolire la proprietà privata perfino dalla nostra società civile. Ci hanno messo millenni per scolpirlo nella nostra “cultura civile” che non ne possiamo fare a meno. Ci dobbiamo concedere almeno qualche decennio, per capire veramente e profondamente che la proprietà è una forma perversa di schiavitù. Io, personalmente, ho smesso solo in maniera molto lenta e progressiva di desiderare di accumulare ricchezze e proprietà. Sono cresciuto con l’idea di accumulare una grande e magnifica proprietà, da lasciare ai miei figli. E solo ora sono riuscito a liberarmi del mio pezzetto “privato” di Paradiso Terrestre (La Locanda del Tempo), perché se vuoi difendere la tua proprietà, finisci per diventarne prigioniero. E ai nostri figli, dobbiamo lasciare un mondo che li sappia accogliere, non proprietà.

Allora, procediamo per gradi.

Avete presente la Magna Charta Libertatum? Si studia a scuola. La Magna Carta è una concessione fatta dalla monarchia Britannica nel 1200 ai Nobili che, fra ripensamenti e ritocchi infiniti, finisce per costituire ancora oggi il riconoscimento delle libertà individuali nel diritto anglosassone.  Concessione, fino a un certo punto, nel senso che i nobili non è che se la sono vista cadere dalle nuvole, per sovrana magnanimità del re; se la sono conquistata. Quella carta finisce anche per influenzare la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che dovrebbe influenzare tutto il diritto internazionale e, a maggior ragione, quelli nazionali.

La Magna Carta l’hai sicuramente sentita nominare, almeno a scuola.

Dello stesso periodo (1200), però, è anche la Carta della Foresta. Questa, ci scommetto, ne hai sentito parlare poco, seppure ne hai mai sentito parlare. Neppure a scuola. Eppure è importante. Anzi, è fondamentale. Cos’è? E’ la prima carta costituzionale sui “beni comuni” registrata nella storia occidentale moderna. Diciamo che è la prima, nel senso che, purtroppo, non abbiamo a disposizione dati relativi alle costituzioni (alle leggi fondamentali) scritte nelle culture dei selvaggi perché li abbiamo sterminati e di documenti ce ne sono rimasti ben pochi dopo che, civilmente, li abbiamo bruciati e spezzati e seppelliti, quelli che abbiamo trovato che oggi gli archeologi fanno la caccia al tesoro per rimettere insieme quel poco che si ritrova. Quanto alle loro “leggi fondamentali non scritte”, incise direttamente nelle poche culture sopravvissute alla nostra furia devastatrice; appunto, in quanto non scritte, non dimostrano forse la nostra “superiore” civiltà? Pietà di noi.

Quella Carta della Foresta è la mamma del comunismo, ma quello buono, mica quello che mangia i bambini. Una “concessione” del Re fatta non più ai baroni ma, pensa un po’: ai sudditi tutti. Al Popolo. Perché la foresta è di tutti. E bisogna strillarlo forte. La foresta, non è solo foresta, che ci fa paura. La Foresta, già allora, era intesa non solo come bosco ma come pascolo e perfino come borghi e campagne circostanti; Questa “foresta”è un bene comune.  Nel 1200. Chissà che con sia solo una coincidenza, quel progresso culturale che si è sviluppato nei secoli successivi, a partire da allora. Da studiare.

Bene comune vuol dire che nessuno può fare il prepotente ed affermare un diritto “privato” su quei beni perché quei beni sono di tutti. Sono della collettività. Bada bene: non “sono” dello Stato, che è una sovrastruttura giuridica, ma “sono disponibili” per la “nazione”, per la gente, per le persone che partecipano alla comunità. Ne faremo un istituto giuridico diverso dalla "proprietà" e dal possesso, che sono esclusivi: escludono. Il bene comune include nel godimento del bene, aperto alla comunità.

Non ti appartengono ma li puoi usare. Rileggi. Rifletti. Non ti appartengono. Ma li puoi usare. Ne puoi godere.

La proprietà “privata”, per definizione, priva la collettività del beneficio della disponibilità dei beni comuni. La proprietà privata sottrae alla collettività. Ci impoverisce. E’ l’illusione del benessere individuale, è la negazione del benessere collettivo. Premia l’egoismo, impedisce la condivisione di cui abbiamo bisogno nel profondo. Io sono certo del fatto che l’individuo, qualunque individuo, liberato dalla sua illusione, sarebbe ben più felice di imparare a godersi i beni comuni insieme alla comunità. Piuttosto che impossessarsi di qualcosa che poi, da solo, non te la godi di certo. Non è necessario possedere una cosa per potertela godere! Perché c’è scritto nel nostro dna e nella nostra cultura che siamo esseri sociali, naturalmente e culturalmente portati alla collaborazione ed alla solidarietà.

Ma siccome senza libero arbitrio non si va da nessuna parte, rispettiamo pure le debolezze degli individui ed accettiamo la proprietà privata (almeno fino a quando non sarà generalmente riconosciuto che è una sciocchezza).

Naturalmente, solo dopo aver rispettato i bisogni di tutti e quindi fatti salvi, naturalmente, quelli che definiremo, giuridicamente e costituzionalmente, come “ i beni comuni. Quelli, come l’aria, l’acqua, la foresta (in una concezione più o meno allargata), che danno da vivere a tutti. Andranno definiti e chiariti e protetti, questi beni comuni, scolpendoli nella roccia.

(piccolo inciso  nell’inciso: fino a quando avremo deciso che ci piace ancora lavorare, produrre, commerciare, perché non ci sentiamo pronti per il Paradiso Terrestre, c’è una cosa da scolpire urgentemente nella roccia
: la Moneta, è un Bene Comune.)

Torniamo alla proprietà privata.

Non è un caso che la nostra Costituzione ponga, già oggi, grossi limiti alla proprietà privata e, nel suo insieme, la metta ampiamente al di sotto dell’interesse generale:

ART. 42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Perché è un bene che la foresta sia di tutti? Perché la foresta (ampiamente intesa, fatta di bosco, di pascolo, di borghi e campagne circostanti) è madre natura: ci nutre; ci veste; ci riscalda; ci accoglie; ci da mangiare. Se la rispetti. La foresta ci permette una esistenza Libera  e Dignitosa, se la usiamo con Responsabilità.

Pensa un po’: noi “civili”, oggi, abbiamo un’attitudine che corrisponde ad un pensiero un po’ perverso, sui beni comuni. Non li sappiamo apprezzare. Prendi un giardino pubblico in una città, una spiaggia “pubblica”, una area pic-nic in montagna, e osserva l’immondizia lasciata in giro, i giochi per bambini divelti e rovinati, e percepisci subito il senso della nostra cultura: è di tutti, quindi non è “mio”, quindi lo apprezzo poco, e lo disprezzo! All’estero è un po’ meno così. Forse perché noi, negli ultimi secoli, siamo stati sotto dominazione straniera, e il godimento della foresta ci è stato negato: estirpato dalla nostra cultura.

Ad un selvaggio che è letteralmente selvaggio in quanto nella selva ci vive, non passa proprio per la testa di insozzare la selva, perché ci vive in armonia. Il concetto di “proprietà privata” non è nella sua cultura. Anzi, è proprio Il concetto di “proprietà” che non è nella sua cultura. A cosa serve “possedere” le cose, se puoi goderne?

Noi non riusciamo proprio a farne a meno, di questo concetto di proprietà, perché ci è stato insegnato e tramandato di padre in figlio, sin da quando siamo diventati civili. E quindi siamo così confusi che se una proprietà non è privata deve almeno appartenere ad enti (che cavolo sono?) o allo Stato (che è una entità astratta). Talmente confusi che finiamo per consegnarla alle società di capitali, che così la perdiamo per sempre, assieme alla disponibilità della cosa. E non possiamo più goderne. E magari finisce che invece del comunismo ci fanno il capitalismo di stato, con la proprietà pubblica dei mezzi di produzione.

Ecco, usando quel concetto di proprietà, di possesso che non ne possiamo fare a meno, potremmo almeno provare a concentrarci su questo : oh, se riuscissimo a capire, vedere e sentire, nella testa e nel cuore, che una cosa, una qualunque cosa, proprio perché non appartiene a nessuno e nessuno può impedirmi di utilizzarla e goderne, proprio perché nessun privato può privarmi del suo godimento, quella cosa può essere ed è, veramente, anche mia! Senza bisogno di recintarla, senza paura dei ladri, senza paura di perderla, senza pagarci le tasse, senza altro obbligo che un profondo, immancabile, immutabile, eterno rispetto!

Fine dell’inciso sulla proprietà. 


Torniamo al progetto . Dicevamo che abbiamo concesso, a queste famiglie e comunità,il godimento gratuito delle terre da “coltivare naturalmente”.  Dove “naturalmente” sta per divieto assoluto di usare la chimica, e “coltivare” sta alla loro capacità di assecondare la natura con il minor intervento possibile. Lasciamoli fare, senza altre regole che tanto servono solo per impedire la creatività, di cui abbiamo invece molto bisogno. E se usano e sperimentano tecniche diverse, tanto meglio: potremo misurarne la validità e confrontarle.



Poi gli dai una mano nel favorire i piccoli investimenti iniziali. Come fai a favorire gli investimenti iniziali? I soldi glieli presti o glieli regali? Glieli regali, non c’è dubbio. Ma lo sai che gli Italiani non le apprezzano le cose regalate!   Bisogna iniziare, da qualche parte: Libertà e Responsabilità sono due facce della stessa medaglia. E comportano rischi. Se li fai liberi, gli uomini, sono di fronte alla loro responsabilità, e la usano. Gli uomini schiavi sono irresponsabili. Noi, oggi, siamo schiavi e irresponsabili. Gli abusi, quelli che ci scapperanno, dovremo difendercene, in qualche modo. Ma questo è un problema talmente generale che ce ne occupiamo a parte, dopo, parlando di controlli e di selezione delle persone.



Gli investimenti non servono certo per comprare trattori e concimi e pesticidi, che quelli li abbiamo banditi. Ma, tolti i pochi attrezzi che servono nell’agricoltura naturale, ci sono cose che servono ad avviare il tutto. Ci sarà bisogno di ristrutturare qualche casa, qualche magazzino, qualche serra, qualche stalla, qualche locale e qualche strumento per lavorare i prodotti e fare artigianato. Oppure, di costruirne di nuovi. Per i nuovi, la bioedilizia è una scelta obbligata. Legno, terra cruda, paglia, lana, vetro, sapienza e buona volontà. Con l’esposizione giusta per sfruttare luce e calore del sole, con i canali giusti per far circolare il fresco d’estate e il caldo d’inverno, con il circuito naturale delle acque, che non vanno sprecate. Insomma, si possono fare cose e case meravigliose con la bioedilizia.  Noi “coltiviamo il progetto”, loro “coltivano la Terra” e ci danno da mangiare. Nella terra c’è la foresta, che va coltivata e, cioè, va “tenuta pulita e rispettata” nella sua biodiversità, perché altrimenti il legno per le costruzioni e per il fuoco ci tocca comprarlo dall’estero, che sarebbe un peccato.

Ma non basta, per garantire il successo. E’ importante garantire i mercati di sbocco, per quei prodotti lì, se ci vogliamo mangiare tutti. Oggi se la cavano con sforzi enormi attraverso le reti di economia solidale, con i gruppi di acquisto, con i mercatini alternativi. Piccoli gioielli. Ma noi ci vogliamo dare da mangiare ad un popolo intero. Non basta. Non possono bastare. Possiamo fare di più. Dobbiamo metterli in grado di vendere tutta la produzione in eccesso rispetto ai fabbisogni della comunità ad un prezzo onesto. Cosa che oggi riesce difficile quasi esclusivamente per questioni logistiche.

Ripensiamo il supermercato. Oggi ti propina dei cibi industriali (tossici) che vengono dall’altra parte del mondo e li paghi poco perché hanno sfruttato il lavoro di qualche schiavo, il suolo che li ha prodotti e, comunque, valgono molto poco: in termini di sicurezza, di nutrimento e perfino di sapore che se non fossero “addomesticati” con conservanti, additivi vari, aromi e coloranti (tossici), avresti la netta sensazione di mangiare plastica. Lo sai? Plastica e concimi chimici derivano entrambi dal petrolio. Per questo il sapore, se non lo nascondi, è di plastica. Se confondi i Prodotti delle Fattorie del Paradiso Terrestre con quella roba lì, stai confondendo la lana con la seta (per non dire la cacca con la manna del cielo). Non abbiamo nessun interesse a competere con quei prodotti che gli americani ci vogliono imporre con il TTIP e siccome il TTIP ci volevamo fare la rivoluzione li hanno infilati nel CETA che viene dal Canada che sembrava una nazione più civile ma è piena di filiali di multinazionali americane e ci hanno fregato. Non vogliamo competere con i pomodori cinesi. I supermercati privati sono utilizzati dalle multinazionali per venderci, ci piacciano o no, i loro prodotti, che fanno, letteralmente, un po’ schifo.

Chiudiamone un po’ di supermercati e vedremo, per incanto, rifiorire i piccoli negozi, quelli che abbiamo lasciato fallire in nome della civiltà dei supermercati. Non vi piace l’idea? Vi piace la competizione e vi sembra un brutto atto di forza chiudere i supermercati delle multinazionali? Ok, allora facciamo così: ne apriamo di altri, di nuovi e li mettiamo in competizione con i vecchi. E li riempiamo di piccoli negozi. Giochiamo a casa loro e li sfidiamo. Naturalmente questi nuovi sono pubblici, sono beni comuni, non sono privati e ne possiamo godere tutti. Ci mettiamo i negozi dove non ci trovi i prodotti delle multinazionali, perché quelli, se li vuoi, te li vai a comprare nei vecchi supermercati.  Ci trovi i prodotti delle Fattorie del Paradiso Terrestre.

E ci trovi i prodotti dell’artigianato locale, quello che rifiorisce, come i prati a primavera, se dai la Libertà alle persone, e la togli ai capitali! Naturalmente, nei nuovi, non ci trovi i prodotti cinesi, che costano poco perché hanno sfruttato il lavoro di qualche schiavo (dentro o fuori la Cina); hanno sfruttato la Terra; e valgono poco perché si rompono subito, esattamente come previsto e voluto dal criterio dell’obsolescenza programmata. Quelli , se li vuoi, li trovi nei supermercati vecchi.

Poi, vecchi e nuovi, li metti in competizione: che vinca il migliore!

Devono essere luoghi aperti, le Fattorie del Paradiso Terrestre. Accoglienti. Guai a farne dei luoghi chiusi e isolati, pubblici di diritto e privati di fatto (come tante aziende, oggigiorno). Non prendiamoci in giro. Devono garantire l’ospitalità a chi vuole sperimentare e conoscere. Devono accogliere le scuole che vengono a studiare la natura con gli occhi, con le mani, con il naso, con le orecchie, che i libri non bastano. Devono accogliere i vari san Tommaso che vogliono toccare con mano, come può essere fatto, il Paradiso Terrestre. E non sarebbe affatto sbagliato favorire la rotazione delle stesse persone che abitano la fattoria. Naturalmente senza imporla. Favorirla ed auspicarla, da studiare.  Devono accogliere gli anziani che sono rimasti soli, che se li lasci soli nelle città si intristiscono e muoiono.



Questo mondo che già esiste e si diffonde, deve solo alzare la testa; e ricordare a voce alta, che la Terra non può avere padrone. Nessuno ce ne può allontanare.

Io, intanto, mi prenoto.


Ultima fatica : I controlli e la scelta delle persone. Come si fa in tutte le aziende pubbliche e in tutti i casi in cui abbiamo regalato del denaro pubblico a qualcuno a controllare che non stiamo semplicemente alimentando sprechi, lassismo, assenteismo e corruzione; e come si fa a scegliere le persone adatte a “prestare servizio” in quelle realtà? Temi strettamente collegati.

Intanto cominciamo col dire che il denaro pubblico, visto che non proviene dalle tasse ma sono numeri che si possono produrre senza limiti e senza costi, ha poco senso “prestarlo” se abbiamo deciso che serve per finanziare opere di interesse pubblico.  Peggio ancora, l’idea di prestarlo “facendo pagare interessi”:  con una mano ti do, e con l’altra ti tolgo: lo capisce anche un bambino che ti sto solo prendendo in giro, non ti sto aiutando.

Lo possiamo tranquillamente regalare, se l’interesse è veramente pubblico.

Se l’investimento è buono, il denaro che non valeva nulla ci avrà permesso di creare benessere, quello reale.  Rileggi, e rifletti.

Quindi,  possiamo dire che, sempre tenendo presente che non abbiamo limiti fisici, possiamo regalarlo in tutte le circostanze in cui esiste un vero interesse pubblico, non solo alle fattorie del paradiso terrestre.

Ci possiamo finanziare tutti gli investimenti che abbiamo elencato prima fra le cose giuste da fare per restituire alla casa comune che ci siamo ripresa (l’Italia nostra) il lustro che merita.

Allora, in questa prospettiva, diventa chiaro che il tema della scelta delle persone e dei controlli è di vitale importanza. Per motivi tanto etici: sprechi e corruzione non li vuol nessuno di Noi; quanto pratici: se regali soldi e non tornano utilità pratiche (beni reali e servizi utili) si crea solo inflazione che, ricordiamolo, non è una tragedia ma non è certo un bene. L’inflazione misura l’inefficienza nella gestione della economia politica. Va tenuta a bada che, tradotto in pratica, e tenuta presente una misura fisiologica di inefficienza nelle cose umane, diciamo ad occhio e croce che, nelle condizioni di partenza,  fra il 3 e i l’8 per cento, a seconda dei momenti, ci si potrebbe accontentare. 
Poi, anche di meno. Se ci scappa di mano l’inflazione, il problema vero non è tanto nell’economia, quanto nell’immagine. Qualcuno approfitterebbe subito per dire: Vedi? Non funziona! Lascia stare! Lascia fare a noi …  Quindi, tranquilli: non ce la lasceremo di certo scappare di mano.

Come si fanno i controlli? Da sopra e da sotto. Oggi li facciamo solo da sopra. Cioè: un organo piccolo è controllato da un organo grande, da un organo superiore. E ci scordiamo di farlo da sotto. Le cose umane funzionano se c’è un interesse molto concreto a farle funzionare. Detto questo, andiamo ad osservare Tizio che sta gestendo un servizio pubblico, e Caio che è pagato per controllare che Tizio lavori bene. Ma quanto gliene importa a Caio di fare bene i controlli, che tanto viene pagato lo stesso, sia che Tizio lavori bene sia che Tizio lavori male? La logica burocratica risolve il problema mettendo una persona sopra a Caio: Sempronio controlla Caio che controlla Tizio. Se Sempronio e Caio sono persone dotate di una buona coscienza professionale, ce la caviamo, altrimenti no. Certo, con una buona educazione, piano, piano, ci possiamo avvicinare alla perfezione, sicuro.

Ma, intanto, possiamo inventare sistemi più intelligenti, che sono urgenti.

Quelli veramente interessati, direttamente interessati, proprio di persona, al buon funzionamento del servizio pubblico, in realtà non sono Caio e Sempronio,ma siamo Noi. Io e te. Sì, sì, proprio te che ti giri dall’altra parte perché hai capito l’antifona e non ti va di farti incastrare e preferisci far finta che il sistema di Tizio Caio e Sempronio possa davvero funzionare e poi ti riservi il diritto di imprecare tutto il giorno che le cose non funzionano perché quelli non lavorano bene! Governo ladro! Vieni un po’ qui e ascolta.

Abbiamo messo in piedi un sistema che può essere un gioiellino, dove si può lavorare tutti poche ora al giorno e vivere da papi e ci avanza pure un bel po’ di tempo libero. Per non farcelo scappare di mano, lo capisci che abbiamo tutti il dovere (ma vedrai che sarà un piacere) di impegnarci, responsabilmente, a fare “il nostro dovere sociale: Partecipare”.  Ci ho scritto la tesi di laurea (un bel po’ di anni fa J) sulla Partecipazione Popolare. E poi ci ho ragionato su per tutta la vita. Quello che mi è diventato chiaro, da tempo, è che la partecipazione, in una democrazia rappresentativa, non è un diritto, ma un dovere. Sacrosanto. Un dovere civico.

Ve lo ricordate che, una volta, “votare” era “un dovere civico”. Obbligo giuridico. Poi questa cosa è stata cancellata dal diritto e perfino dalla memoria, perché a qualcuno ha fatto assai comodo che noi andassimo al mare, anziché a votare. Ecco: votare, è solo l’inizio. Partecipare deve diventare un dovere civico. Obbligo giuridico. Non partecipi? Non conti. Qualcuno decide per te. Rifletterci su.

Per il semplice ma potente motivo che senza partecipazione, la democrazia rappresentativa smette di essere rappresentativa, i rappresentanti smettono di rappresentare il popolo e, piano pano, tolgono di mezzo ogni forma di democrazia.  Non c’è scampo. Non ci sono alternative.

Lo so che per molti di noi occuparsi della res publica è cosa noiosissima. Soprattutto da quando ci hanno ficcato nel cervello l’idea balzana che la politica è per natura una cosa sporca ed inutile, ma tanto inutile che è meglio lasciarci governare dai mercati, che sono efficienti … poi lo vedi come andiamo a finire. Meccanica: senza partecipazione del popolo la sovranità del popolo svanisce, prima lentamente poi velocemente, fino a quando viene formalmente “ceduta” e allora diventa scomodo andarsela a riprendere.

Te l’avevo detto, no, che dipende da noi e che non sarebbe stato facile. Ma tutto dipende da noi, ed è bello. Questa è la Libertà! Dobbiamo solo  impegnarci. Ne vale sicuramente la pena.

Quando nel 2011 sono uscito dal mio letargo campestre ed ho deciso di interessarmi di politica, mi è venuta subito in mente questa cosa qui, che ora rispolvero. PROPOSTA DI LEGGE PER LA TRASPARENZA DELLA POLITICA(la trovi qui, in versione originaria e integrale, su facebook).
Qui  riportiamo solo l’essenziale della parte riguardante il controllo popolare :

Organismi Pubblici di Controllo Democratico

 La presente legge favorisce la costituzione di libere associazioni di cittadini che hanno la finalità di ricevere informazioni trasparenti e complete sulla operatività dei rappresentanti del popolo; elaborare le informazioni anche mediante la richiesta di chiarimenti; diffondere l’informazione stessa.

Tali associazioni,  prendono il nome di Organismi Pubblici di Controllo Democratico OPCD … omissis

Gli enti locali hanno il dovere di provvedere ad assegnare una adeguata sede agli OPCD … dotate di accesso ad internet.

La pubblica amministrazione centrale, gli enti locali, gli enti pubblici, centrali e locali devono trasmettere agli OPCD tutti i principali atti di rilievo che riguardano la gestione della cosa pubblica. In particolare: i bilanci preventivi e consuntivi; i contratti con i privati; le gare d’appalto e gli atti di assegnazione ai privati della gestione di servizi pubblici; i concorsi per il pubblico impiego; gli atti di destinazione di beni pubblici.

Gli OPCD possono richiedere ulteriori informazioni e chiarimenti sulle motivazioni alla base degli atti.

La mancata, inesatta, falsa o intempestiva comunicazione costituiscono reato, sanzionato con il pagamento di una somma pari a …

La pubblica amministrazione finanzia lo sviluppo di appositi siti internet gestiti dagli OPCD per la diffusione delle informazioni.

Ero molto confuso e ignorante quando ho scritto queste cose, infatti la cosa risulta vecchia e va spolverata e soprattutto di molto snellita negli aspetti un po’ troppo burocratici. 

Ma la validità dell’idea resta essenziale.  Se : i cittadini dedicano tempo ed energie a mettere il naso nella gestione delle decisioni pubbliche; se gli garantiamo che le informazioni siano sempre, realmente, accessibili e complete (le attuali leggi sulla trasparenza fanno ridere i polli); se gli mettiamo a disposizione un luogo pubblico dove incontrarsi e “partecipare in maniera organizzata”; se nei processi amministrativi vengono previsti momenti un cui il parere di questi organismi popolari diventa importante, Prima che le decisioni siano prese! (i regolamenti attuali sulla partecipazione fanno ridere i polli); allora il controllo da sotto diventa efficace.

Non solo : da quel momento diventa inutile che mi scrivi quelle leggi complicate che non ci si capisce niente, se poi tanto sei obbligato a spiegarmele fino a che non ho capito. Impara, piuttosto, da subito, a scriverle chiare e semplici. Perché la legge deve essere uguale per tutti e non ammette ignoranza. Non prendiamoci più in giro, per favore. Meccanicamente, piano, piano, le leggi diventeranno più chiare, se gli stiamo col fiato sul collo.

Allora le cose si incanalano, Meccanicamente e Potentemente, nel verso giusto.  Ma ci vuole il tuo e il mio impegno. E’ irrinunciabile!

Ricordate, quando parlavamo della delega : alle scuole di management te lo dicono chiaro : se deleghi, devi controllare, e lo devi fare di persona.

Se Noi, popolo Sovrano, deleghiamo dei rappresentanti, li dobbiamo controllare di persona. Non ci piove, o “perdiamo il posto”.

Ora, se leggi attentamente le avvertenze scritte nel foglietto contenuto nella scatola di questa medicina, ci trovi due effetti collaterali. Ma siccome non è poi così brutto, questo effetto collaterale, mettiamolo in chiaro.

Primo. Capisci quanto è importante, la Politica, che ti cambia la vita. Scopri che la politica non ha nulla a che vedere con quella “narrazione” stupida e falsa che ti propone la TV, fatta di scandali e di persone. Ma è fatta da atti, proposte, decisioni amministrative che assegnano soldi e cancellano diritti, e ti cambiano la tua vita e tu non le avevi mai lette prima, mentre guardavi quella cavolo di TV. E scopri, se leggi i documenti, soprattutto se lo fai assieme ad altre persone che, dai e dai, imparano a leggere anche quelle porcate lì, scopri che dopo le grandi affermazioni di principio (che quelle tanto te le dice la TV, a cose fatte), ci sono anche gli articoli successivi: quelli che contengono le fregature. Se li leggi per tempo, li puoi bloccare. Dipende da te. Gli strumenti ci sono.

Secondo. Spegnendo la TV, uscendo di casa ed entrando in un OPCD;  riscoprendo i luoghi di incontro dove, per impegno comune, si è deciso di “parlare di politica”; riscoprendo il ruolo originario di sindacati e partiti, che non sono una cosa sporca per natura, ma è anche per colpa nostra che sono diventati  quello che sono, ché li abbiamo abbandonati; allora ti succede una cosa strana: conosci il tuo vicino di casa.

Quello che con grande cortesia saluti se lo incontri nel pianerottolo o al supermercato ma poi abbassi gli occhi e fai finta che non esiste. E incontrandolo più e più volte, per parlare con lui e con altri della res publica, cioè della cosa comune, cioè degli interessi che in quanto cittadini della stessa città o regione o nazione abbiamo necessariamente in comune, discutendo con lui la stessa proposta del Sindaco che ti riguarda da vicino, commentando quell’articolo che non si capisce, finisce che lo conosci approfonditamente. Capisci se è affidabile o no, se è capace o no, se sa solo chiacchierare o sa anche fare, se è responsabile o scansafatiche. Se è attaccato al Potere o se ha Spirito di Servizio. Se tende a distinguere e dividere, oppure ad aggregare.

E siccome, gira che ti rigira, i rappresentanti del popolo che vanno a finire nelle Istituzioni saltano fuori proprio da questi luoghi qui (associazioni, partiti, luoghi di incontro) quando vai a votare, non sei cieco e impotente che voti uno che non conosci, ma sei consapevole, quindi Potente. Ci cambi il mondo, con queste cose qui.

Controllo dal basso e scelta delle persone sono cose sinergiche. E sono cose Potenti.

Altri strumenti potenti, al servizio del controllo dal basso : i referendum, le leggi di iniziativa popolare, insomma: gli strumenti della democrazia diretta. Da rendere efficienti ed efficaci. Anche qui ci si potrebbe scrivere un libro, ma ce ne sono già a sufficienza e li leggono in pochi perché abbiamo smesso di credere nella loro efficacia. Iniziamo il cammino, piuttosto, recuperiamo il senso della libertà come responsabilità, e le idee ci si schiariranno, rapidamente. E leggeremo quei libri con altro interesse, altra curiosità.


  Link a Conclusioni


5 commenti:

  1. https://www.youtube.com/watch?v=5lPGzvfnI9M Nino Galloni; "Come ci hanno deindustrializzato"

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  2. ...i conti con la Storia...che la nostra non è per lo più una buona Storia, come li facciamo? la Storia è fatta di gente che magari del Paradiso Terestre non ne vuol sapere...che "non collabora" al progetto, anzi...

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    1. non lo puoi imporre, il Paradiso Terrestre: non avrebbe alcun senso.

      Però puoi renderlo disponibile a chi abbia voglia di sceglierlo. Oggi, di certo, non lo è affatto.

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  3. L'esempio che hai portato di Taranto è quello più esplosivo tra le contraddizioni del nostro Paese.

    I periti della nostra procura hanno stimato in 8 miliardi di euro la somma necessaria per mettere a norma l'Ilva, l’acciaieria più illegale e letale d’Europa che ha provocato un DISASTRO AMBIENTALE di proporzioni bibliche.

    E per venderla ad ogni costo, il governo Renzi ha dovuto sfornare il DECIMO Decreto salva-Ilva nel quale è previsto UNO SCUDO PENALE per chi gestirà la produzione dell'acciaieria più illegale e letale d'Europa.

    Decreto impugnato presso la Corte Costituzionale.

    Pensa te se qualcuno di questi criminali penserebbe mai di tirare fuori i soldi per spostare l'acciaieria che per dimensioni è il doppio della città di Taranto che ha 200.000 abitanti.

    La logica della nostra economia è diventata una logica criminale e non stupida.

    Altri due dati. Per non inquinare l'Ilva non deve superare la produzione 4 tonnellate di acciaio all'anno, ma per non fallire deve produrne almeno il doppio.

    Molti candidati sindaci delle liste civiche sono pronti a chiudere ogni fonte inquinante sia dell'Ilva che dell'Eni e della Cementir utilizzando i provvedimenti della nostra Magistratura.

    La stupidità vera è che negli anni 60 i partiti scelsero una acciaieria su un territorio a vocazione turistica con 50 km di mare caraibico, (le cui coste sono state massacrate dall'abusivismo edilizio clientelare) e un tesoro archeologico unico al mondo della Magna Grecia e degli spartani che fondarono Taranto, l'unica città al mondo spartana mentre tutto il mondo su questo mito ci fa un business da paura.

    Con la seconda pista aeroportuale più lunga d'Italia dopo quella di Fiumicino ma mai fatta "decollare" dai politici baresi e brindisini che hanno sempre bloccato anche l'uso di un porto immenso per la sosta delle navi da crociera.

    La stupidità sta nell'aver fatto prevalere il clientelismo politico alle economie vincenti che avrebbero dato un PIL maggiore al Paese di quello di una economia criminale.

    la nostra cittadinanza attiva che ha elaborato un progetto dal basso di riconversione della nostra economia, che ha un brand, stato trovato vincente dai consulenti del Ministro Franceschini ma bloccato dal resto del PD:

    https://www.youtube.com/watch?v=9dCzbdYGIGU&app=desktop

    Questo video sintetizza il progetto:

    https://www.youtube.com/watch?v=4ncpkDR-Ayk&feature=share

    Questi i documenti a sostegno:

    https://www.facebook.com/photo.php?fbid=738985949488779&set=a.160824740638239.39917.100001321431944&type=1&theater

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/taranto-citta-spartana-no769438

    https://www.facebook.com/photo.php?fbid=738985949488779&set=a.160824740638239.39917.100001321431944&type=1&theater

    http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/homepage/taranto-citta-spartana-no769438


    L'Ilva andrebbe chiusa e tutti i lavoratori che portano il pane (e il veleno) a casa non sarebbero sufficienti per i lavori di bonifica del territorio che hanno bisogno di decenni.

    E la politica dovrebbe investire sul turismo ma l’entusiasmo del ministro Franceschini e del Presidente Grasso sono stati spenti dalla volontà del PD perché la malapolitica si alimenta dalla economia criminale.

    Noi non arretreremo di un millimetro e la forza del progetto comincia a farlo camminare da solo:

    La Reebok che sponsorizza la Spartan Race in tutto il mondo, appena ha sentito parlare del progetto ma soprattutto appena ha appreso che Taranto è l’unica città al mondo fondata dagli spartani, ha programmato investimenti enormi per portare gli atleti di tutto il mondo a misurarsi in terra spartana:

    https://www.facebook.com/tarantolacittaspartana/?fref=ts

    …………
    Leonardo Libero della cittadinanza attiva di Taranto
    ....

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    1. il modo più semplice è questo : inserisco tutto il tuo commento in una pagina dedicata, nella quale posso "accendere" i link che tu hai indicato;

      in questo capitolo XI metto il richiamo (con link) alla nuova pagina

      in un post finale del libro vorrei poi raccogliere i nominativi delle persone che hanno contribuito con i loro commenti ad arricchire il libro e che, lentamente, lo trasformano in un vero e proprio "Bene Comune"

      Elimina

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